Mercuri

Mercati internazionali, evoluzione del settore vinicolo, cambiamento climatico e nuove abitudini di consumo: il mondo del vino sta attraversando una fase di profonda trasformazione. Tra le principali sfide: il rapporto con le nuove generazioni, la necessità di una comunicazione più accessibile e le difficoltà strutturali della filiera. Un comparto centrale per il Made in Italy, chiamato a ridefinire identità e strategie per restare competitivo. Ne abbiamo parlato con Cristina Mercuri, prima donna Master of Wine italiana.

Lei è la prima donna italiana a ottenere il prestigioso titolo di Master of Wine. Che segnale dà questo traguardo?

In un mondo ideale sarebbe semplicemente la celebrazione di una persona che raggiunge un traguardo unico per difficoltà e prestigio. Oggi, però, assume un significato ulteriore: nel 2026, non solo nel settore del vino ma in generale, il fatto che io sia una donna è ancora qualcosa da sottolineare. Questo risultato rompe il cosiddetto soffitto di cristallo e rappresenta una speranza, una luce per dire a tutte le donne che è possibile raggiungere posizioni apicali. Lo percepisco dai messaggi e dal sostegno che ricevo: è un traguardo che molte sentono anche un po’ loro. Da un lato è importante avere un nuovo Master of Wine italiano per migliorare l’industria del vino, renderla più accessibile, moderna e dinamica. Dall’altro, è significativo che ci sia un volto femminile, anche per affrontare e migliorare le questioni legate alla parità di genere.

Lei ha pubblicato uno studio sul settore del vino durante il periodo fascista, quando era un ambito prevalentemente maschile. Oggi è ancora difficile per le donne accedere a questo settore?

Il mio studio analizzava la rappresentazione delle donne nel vino durante il periodo fascista. Il paragone con oggi non è del tutto diretto, perché non si può dire che le donne siano poco presenti nel settore. Tuttavia, il parallelismo esiste nelle posizioni manageriali. Le donne oggi lavorano molto nel mondo del vino, ma raramente ricoprono ruoli apicali, come Ceo o altre posizioni dirigenziali, a meno che non si tratti di aziende di famiglia. In generale, nel settore manca una vera cultura manageriale indipendente dal genere. Si fa ancora fatica a delegare a professionisti esterni funzioni come produzione, marketing o pubbliche relazioni, e questo limita anche l’accesso delle donne ai vertici.

Quali cambiamenti stanno influenzando oggi il mondo del vino e quali trasformazioni avranno maggiore impatto nei prossimi anni?

Le trasformazioni riguardano tutta la filiera, a partire dalla viticoltura. Il cambiamento climatico è un dato oggettivo e l’agricoltura sta già cercando di adattarsi per limitare gli effetti sulla qualità dell’uva e del vino. Alcuni produttori sono preparati, altri meno, e questo rischia di incidere sugli standard qualitativi. Anche la produzione sta evolvendo: oggi fare vino significa utilizzare tecnologie moderne e avere una conoscenza approfondita della chimica e della fisica enologica, con un’attenzione sempre maggiore alla qualità.

Partiamo dalla sua storia. Lei era avvocata: cosa l’ha portata a riscrivere il suo futuro in un settore completamente diverso?

Quando studiavo all’università ero innamoratissima del diritto. Purtroppo la pratica non mi è piaciuta quanto lo studio, e probabilmente anche l’ambiente non faceva per me. Non provavo alcuna gioia, rabbia o coinvolgimento, solo noia. Il vino, che era già una passione dai tempi dell’università, è diventato sempre più una domanda insistente: poteva essere il mio piano B? Negli ultimi due anni in cui ho esercitato la professione ho iniziato a studiarlo seriamente e a organizzare piccoli eventi serali, per capire se questa strada fosse percorribile. Poi, alla fine del 2015 ho trovato il coraggio di cambiare. Il motivo principale è stato semplice: non ero felice. Oggi, invece, mi sento viva. Provo emozioni, mi appassiono, mi arrabbio, e questo mi fa capire di aver fatto la scelta giusta.

Quali ostacoli ha affrontato in questa seconda carriera?

Sono stati diversi. Quando ho lasciato la professione non conoscevo nessuno e, di fatto, non sapevo fare nulla: mi sentivo come una bambina in un circo di adulti. Ho dovuto studiare molto e costruire da zero la mia credibilità. L’ostacolo principale, però, era spesso nella percezione degli altri. In Italia mi sono trovata di fronte a un certo pregiudizio: l’idea della ‘giovane bionda’ che pretende di insegnare qualcosa a persone più esperte. Eppure avevo già un titolo importante, riconosciuto a livello internazionale. Questo atteggiamento però non mi ha abbattuta, anzi: è diventato la mia motivazione. Fin dall’inizio sapevo che volevo diventare Master of Wine, a tutti i costi. I pregiudizi legati all’età o al genere non mi hanno fermata, ma mi hanno spinta a fare ancora di più.

Lei è founder e Ceo di una società di formazione e consulenza strategica nel vino. Come descrive oggi il settore italiano? Quali difficoltà sta attraversando e come dovrebbe evolversi?

Le sfide sono su più livelli. Alcune, come guerre e dazi, sono macroeconomiche e difficilmente controllabili. Altre, invece, dipendono direttamente dalle aziende. Il primo passo è guardarsi dentro: capire chi si è davvero, qual è l’obiettivo dei propri vini e a chi ci si rivolge. Su questa base bisogna investire in risorse, competenze e strategie che rafforzino la reputazione del brand. Analizzando il mercato, si nota che i vini di fascia molto alta e molto bassa soffrono meno. La fascia intermedia, intorno ai 20 euro, è quella più in difficoltà, perché è anche la più competitiva. In questo contesto vince chi ha un’identità forte e riconoscibile. Un altro problema riguarda i ricarichi nella ristorazione, che spesso sfuggono al controllo dei produttori e rendono il prezzo finale poco accessibile per i consumatori. A questo si aggiungono i costi energetici e altre variabili difficili da gestire. Per questo non mi piace parlare di ‘crisi’, ma di cambiamento. È un momento che offre anche opportunità. Le aziende devono capire cosa sta evolvendo, valorizzare le proprie caratteristiche distintive e avere l’onestà di mettersi in ascolto. Non tutte oggi lo fanno, ma è fondamentale per rimanere competitivi.

Philip Morris 07/2026
Poste Italiane Dic 25

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