Brian Schimpf, Ceo dell’azienda di tecnologia per la difesa Anduril, sostiene che la natura dei conflitti armati moderni sia cambiata radicalmente e che la catena di approvvigionamento dell’esercito statunitense sia pericolosamente impreparata a questa nuova realtà.
“Gli Stati Uniti e Israele hanno effettuato circa dieci volte più attacchi nel primo mese di guerra di quanti ne abbiano condotti durante l’intera Guerra del Golfo”, ha dichiarato Schimpf durante la conferenza Brainstorm Tech di Fortune ad Aspen, lunedì. “Questa è la nuova normalità di ciò che saranno questi conflitti”.
Le sue osservazioni si sono aperte con un riferimento preciso: a marzo, durante un’intervista realizzata per un profilo di Anduril pubblicato da Fortune, aveva previsto che lo Stretto di Hormuz potesse essere ancora bloccato quando si sarebbe svolta la conferenza Brainstorm Tech. Ed è esattamente ciò che è accaduto.
Per Schimpf, non si tratta di un’anomalia, ma di un nuovo modello operativo. I conflitti contemporanei, ha spiegato, non puntano più principalmente alla distruzione di asset militari, bensì a soffocare le economie. Data center, raffinerie di petrolio e rotte commerciali sono diventati i bersagli principali, mentre i droni a basso costo hanno reso gli attacchi più economici che mai. “La guerra economica rappresentata dallo Stretto di Hormuz è la nuova normalità di ciò che saranno questi conflitti”, ha affermato.
Per gli Stati Uniti, questa nuova realtà rappresenta un problema particolarmente complesso. Secondo Schimpf, è “praticamente impossibile infliggere danni economici alla Cina senza provocare danni economici catastrofici agli Stati Uniti”.
Questa visione si riflette direttamente sul modo in cui interpreta il business di Anduril. Schimpf è stato particolarmente esplicito riguardo alla fragilità delle catene di approvvigionamento. Ha sottolineato che gli Stati Uniti hanno utilizzato circa 850 missili Tomahawk in quattro settimane di conflitto con l’Iran, consumando una scorta che il Pentagono stava ricostituendo a un ritmo di circa 90 missili all’anno.
La soluzione proposta non consiste soltanto nel progettare armamenti più facili da produrre, ma anche nel controllare l’approvvigionamento delle materie prime. “Stiamo valutando come garantire forniture di germanio per gli anni a venire”, ha spiegato, indicando l’acquisizione sistematica da parte della Cina di minerali critici, inclusi magneti a terre rare e fornitori di film di rame, come un vantaggio strategico che gli Stati Uniti hanno contrastato con lentezza.
Il CEO si è mostrato altrettanto diretto parlando dell’attuale frenesia nelle valutazioni delle aziende della difesa tecnologica, dove alcune società raccolgono capitali a multipli pari a 50 o addirittura 100 volte i ricavi futuri. “Penso che ci sia un po’ di bolla”, ha dichiarato.
Ha richiamato il confronto tra Uber e Lyft, sostenendo che in qualsiasi settore particolarmente caldo circa il 90% dei rendimenti finisca nelle mani dei due principali operatori. Le aziende che inseguono valutazioni stratosferiche, secondo lui, rischiano di imporsi obiettivi di crescita impossibili da raggiungere. Anduril, ha spiegato, ha adottato un approccio più prudente alla propria valutazione, pur riconoscendo che la tentazione esiste.
Una possibile quotazione di Anduril in Borsa è da tempo oggetto di speculazioni. Sollecitato sul tema dell’IPO, Schimpf ha evitato di indicare una tempistica. A marzo la società ha raccolto 5 miliardi di dollari in un round Series H che l’ha valutata 61 miliardi di dollari, guidato dai fondi di venture capital Thrive Capital e Andreessen Horowitz.
La scorsa settimana, il cofondatore di Anduril, Trae Stephens, ha dichiarato a Fortune di vedere una quotazione pubblica come scenario ideale entro i prossimi anni.
Schimpf, tuttavia, ha evidenziato i vantaggi del rimanere privati. “In questo momento viviamo una fase di forte entusiasmo. Stiamo crescendo a ritmi straordinari. Perché dovremmo quotarci adesso? Non ne abbiamo bisogno”, ha affermato.
Il Ceo ha illustrato una semplice regola in tre punti per valutare un’Ipo: quotarsi durante un “ciclo di hype”, quando la crescita sta rallentando oppure quando mancano più di due anni alla redditività, porta generalmente a una cattiva performance del titolo nei tre anni successivi. Anduril, ha concluso, rientra almeno in una di queste condizioni – l’attuale fase di entusiasmo che caratterizza l’intero settore – e per questo non vede alcuna urgenza di sbarcare sui mercati pubblici.
L’articolo originale è su Fortune.com
