Il regime di Teheran è ancora in piedi dopo la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, ma l’economia del Paese sta attraversando una crisi sempre più profonda. Una situazione che potrebbe alimentare nuove tensioni sociali e nuove proteste.
In realtà, l’economia iraniana era già in difficoltà prima dell’inizio del conflitto, oltre tre mesi fa. Inflazione elevata e crollo della valuta avevano già spinto migliaia di persone a scendere in piazza alla fine di dicembre.
La guerra ha aggravato ulteriormente il quadro. Disoccupazione e prezzi sono aumentati rapidamente, compresi quelli dei beni alimentari di base. Secondo i dati ufficiali del governo iraniano, il prezzo dell’olio da cucina è cresciuto del 430% rispetto a un anno fa. Le uova registrano un aumento del 345%, il riso del 287% e il latte del 139%.
“Siamo diventati tutti poveri”, ha raccontato un residente di Teheran a Radio Farda, emittente collegata a Radio Free Europe. “Chi apparteneva alla classe media, o poco sopra, oggi si trova in condizioni economiche disperate”.
L’uomo ha spiegato di aver venduto mobili, elettrodomestici, tappeti e altri beni di casa per riuscire a sopravvivere. Ha perso il lavoro e ora prepara panini da vendere nella metropolitana. Nel frattempo, le bollette di telefono ed elettricità sono aumentate di cinque volte.
Teheran stima che la guerra abbia provocato danni per circa 270 miliardi di dollari, una cifra vicina all’intero prodotto interno lordo del Paese. Il Fondo Monetario Internazionale prevede una contrazione dell’economia del 6,1% nel corso dell’anno, mentre le Nazioni Unite stimano che altri 4,1 milioni di iraniani potrebbero scendere sotto la soglia internazionale di povertà.
La guerra in Iran, però, non è l’unica causa della crisi. Per decenni il regime ha accumulato problemi economici strutturali e, secondo diversi osservatori, alcune decisioni recenti hanno peggiorato ulteriormente la situazione. Tra queste figura il blackout di Internet imposto durante il conflitto, che ha colpito numerose attività economiche e lasciato senza reddito molti lavoratori.
Anche il blocco navale statunitense ha avuto un impatto significativo. Le esportazioni petrolifere rappresentano una delle principali fonti di entrate per il Paese e la riduzione dei flussi ha aumentato la pressione sulle riserve valutarie. Secondo Capital Economics, già ad aprile tali riserve sarebbero bastate a coprire appena tre mesi di importazioni ai livelli precedenti alla guerra.
L’economista iraniano Javad Rahimpour ha spiegato a Radio Farda che molte famiglie stanno consumando i propri risparmi e che il malcontento economico è molto diffuso.
“Le condizioni per nuove proteste forse non esistono ancora”, ha dichiarato. “Ma questo non significa che tra popolazione e Stato si sia creato un nuovo consenso”.
Anche tra i sostenitori del regime emergono segnali di crescente insofferenza. Un dipendente pubblico iraniano che partecipa regolarmente alle manifestazioni filogovernative ha raccontato al New York Times di esaurire il proprio stipendio entro metà mese e di acquistare generi alimentari a credito. Quando arriva il momento di pagare, però, i prezzi risultano spesso raddoppiati.
“Tutti sono arrabbiati per la situazione economica. Se il governo non riuscirà a risolvere il problema, arriveranno guai”, ha affermato.
Dennis Ross, ex diplomatico statunitense ed esperto di Medio Oriente, ritiene che la leadership iraniana debba ora fare i conti con i propri fallimenti senza poter attribuire ogni responsabilità alla guerra.
Secondo Ross, il regime continuerà a destinare risorse alla ricostruzione delle forze armate e dell’industria della difesa. Una scelta che rischia di sottrarre ulteriori fondi a un’economia civile già gravata da carenze idriche e blackout elettrici.
In un editoriale pubblicato dal Washington Post, Ross sostiene che le pressioni interne continueranno ad aumentare. A suo giudizio, difficilmente porteranno a un crollo del regime, ma potrebbero favorire l’emergere di una figura politica simile a quella che Ali Khamenei teme da anni: un leader disposto a privilegiare lo sviluppo interno, riallacciare il dialogo con la popolazione e ridurre il confronto con il resto del mondo
