La Fed lascia i tassi invariati e i mercati non apprezzano

kevin warsh fed

Prima che Kevin Warsh salisse sul podio mercoledì pomeriggio, nessuno sapeva davvero quale Warsh si sarebbe presentato: il falco o il “burattino”.

C’era il Warsh giovane, energico e rigorista del 2011, governatore della Fed che, dopo la crisi finanziaria, si dimise in segno di protesta contro il programma di acquisto di obbligazioni della banca centrale. Negli ultimi mesi, però, mentre il suo nome diventava il favorito per succedere all’ex presidente della Fed Jerome Powell, il 56enne aveva assunto toni più accomodanti: sostenendo che l’intelligenza artificiale fosse disinflazionistica, che la crescita economica non dovesse essere temuta e che l’economia potesse forse sostenere tassi d’interesse più bassi.

Durante l’audizione di conferma, aveva criticato la Fed guidata da Jerome Powell, affermando che i rialzi dei tassi del 2021-2022 avevano contribuito alla peggiore inflazione degli ultimi 45 anni. La sua conferma si è rivelata una delle più divisive politicamente nella storia recente: la senatrice Elizabeth Warren lo ha accusato di comportarsi come il “burattino” del presidente Trump.

Anche se Warsh aveva liquidato quelle critiche con una risata, nessuno poteva sapere quale versione di lui si sarebbe presentata alla prima conferenza stampa da presidente della Fed, fino alle 14 di mercoledì, quando la Federal Reserve ha pubblicato il proprio comunicato di politica monetaria.

La risposta è stata piuttosto netta: “Raggiungeremo il nostro obiettivo di stabilità dei prezzi“, ha scritto Warsh, ripetendolo poi più volte durante la conferenza stampa. L’inflazione viaggia sopra il target del 2% della Fed da cinque anni. Warsh ha definito questa situazione inaccettabile e lo ha ribadito più volte. “Il ‘due’ è a sinistra della virgola”, ha detto ai giornalisti. “Per ora, lo ‘zero’ resta a destra.”

Per Jon Hilsenrath, ex giornalista del Wall Street Journal a lungo soprannominato “il sussurratore della Fed”, la questione era chiusa. Quando Warsh ha ribadito il concetto di stabilità dei prezzi e il comitato lo ha inserito nel comunicato ufficiale, secondo Hilsenrath “quello era Kevin il falco che parlava”.

I mercati hanno reagito di conseguenza e con evidente nervosismo. La Fed ha mantenuto il tasso di riferimento tra il 3,5% e il 3,75%, come previsto, ma ora nove dei diciotto membri del board prevedono almeno un rialzo dei tassi entro fine anno, mentre il nuovo comunicato ha eliminato il precedente orientamento favorevole a futuri tagli.

Il Dow Jones ha perso 507 punti dopo aver toccato un massimo storico intraday. L’S&P 500 è sceso dell’1,2%, il Nasdaq dell’1,3%, con il comparto dei servizi di comunicazione tra i più colpiti e i grandi titoli tecnologici a guidare i ribassi. I rendimenti dei Treasury a due anni, particolarmente sensibili alle aspettative sui tassi, sono saliti di circa 16 punti base fino al 4,21%. Alla chiusura delle contrattazioni, i mercati monetari attribuivano a un rialzo dei tassi in ottobre una probabilità leggermente superiore al 50%, scenario che fino a poco prima quasi nessuno considerava plausibile.

Forse non era ciò che Wall Street – e nemmeno il presidente – desideravano, ma era probabilmente ciò che Warsh voleva. “Probabilmente è nell’interesse di tutti, nel lungo periodo, mettere qualche rallentatore a questo boom”, ha osservato Hilsenrath, facendo riferimento alla clamorosa Ipo di SpaceX e all’ondata di entusiasmo speculativo che attraversa il mercato azionario.

Il Warsh più accomodante dello scorso novembre, forse quando era ancora in corsa per ottenere l’incarico, aveva scritto sul Wall Street Journal che la Fed non avrebbe dovuto temere proprio quel tipo di boom: “La Fed dovrebbe abbandonare il dogma secondo cui l’inflazione nasce quando l’economia cresce troppo e i lavoratori vengono pagati troppo. L’inflazione nasce quando il governo spende troppo e stampa troppo denaro”.

Durante la conferenza stampa, però, il tono è apparso diverso. Alla domanda se i guadagni di produttività legati all’intelligenza artificiale concedessero ancora spazio a tagli dei tassi, Warsh ha rinviato la questione a una delle nuove task force appena create. Sull’inflazione, invece, non ha lasciato spazio a sfumature. L’impegno a riportarla al 2%, ha dichiarato, è “forte, unanime e inequivocabile”, definendolo “un messaggio importante che abbiamo mancato per cinque anni” e promettendo di correggere la rotta.

Assecondare la Casa Bianca sembrava essere l’ultima delle sue intenzioni. Nell’ultimo anno Trump era passato dalle minacce di licenziare Powell alla richiesta di un intervento del Dipartimento di Giustizia, nel tentativo di ottenere tassi più bassi. Recentemente aveva anche dichiarato che Warsh avrebbe dovuto “fare ciò che vuole” ed essere “totalmente indipendente”. Interrogato su eventuali contatti con il presidente, Warsh ha tagliato corto: “Sul presidente non ho nulla da dire”. Nel comunicato ufficiale, ha invece attribuito direttamente le recenti pressioni sui prezzi al conflitto in Medio Oriente.

Per il resto, la riunione ha mostrato un Warsh deciso a mantenere margini di manovra. Più che una rivoluzione, il messaggio è sembrato essere: “Vedremo”. Ha scelto di non inserire una propria previsione nel cosiddetto “dot plot” della Fed, pur incoraggiando gli altri membri a farlo. Ha inoltre eliminato la forward guidance, spiegando: “Non posso darvi indicazioni su ciò che faremo in seguito”, sostenendo che i mercati funzionano meglio quando interpretano autonomamente i dati economici anziché cercare di anticipare le mosse della banca centrale.

Ha poi annunciato la creazione di cinque task force incaricate di riesaminare la comunicazione della Fed, il bilancio dell’istituto, le fonti statistiche, gli effetti dell’intelligenza artificiale sul mercato del lavoro e il quadro teorico utilizzato per valutare l’inflazione. Tutti i lavori dovrebbero concludersi entro la fine dell’anno. Secondo Hilsenrath, queste commissioni rappresentano anche un modo per prendere tempo e rispondere alle domande più difficili con un semplice: “Abbiamo una task force che se ne occuperà”.

Alla fine, però, quando arriverà il momento delle decisioni concrete, nessuna task force potrà sostituirsi al voto sui tassi. Warsh ha costruito negli ultimi quindici anni una tesi molto chiara: l’inflazione è una scelta e la Fed ha perso credibilità fingendo il contrario.

“Ora la scelta è sua”, ha concluso Hilsenrath. “È lui quello al comando”.

L’articolo originale è su Fortune.com

Poste Italiane Dic 25

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