Il G7 promette di ridurre la dipendenza dalle terre rare cinesi. Ma la strada è ancora lunga

G7 Francia

Gli Stati Uniti e altri sei alleati stanno cercando di affrontare una delle loro principali vulnerabilità strategiche: la dipendenza dalla Cina per le terre rare e i materiali critici. Al vertice del G7 in Francia, conclusosi mercoledì, i Paesi membri hanno promesso che entro il 2030 nessuna singola nazione dovrà rappresentare più del 60% delle importazioni di terre rare. L’obiettivo finale è scendere al 50% il prima possibile.

L’impegno, contenuto in una dichiarazione congiunta del G7, punta a ridurre la dipendenza da Pechino per le materie prime utilizzate nelle tecnologie militari e nelle industrie strategiche. Attualmente, la Cina rappresenta quasi il 70% della produzione globale di terre rare.

“È sicuramente un obiettivo ambizioso”, ha dichiarato a Fortune David Klanecky, Ceo di Cirba Solutions ed esperto del settore con oltre trent’anni di esperienza. “Ma se non si fissano obiettivi chiari, non succede nulla”.

La minaccia delle restrizioni cinesi

L’urgenza deriva dal fatto che la Cina dovrebbe reintrodurre il 10 novembre i controlli all’esportazione su alcune terre rare essenziali per i sistemi di difesa.

Le restrizioni erano state sospese nell’ambito della tregua commerciale di un anno raggiunta con l’amministrazione Trump dopo la guerra dei dazi. Ora il tema è tornato al centro dell’agenda geopolitica.

Secondo un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato a giugno, Giappone, Unione Europea e Stati Uniti rappresentano oltre la metà delle importazioni mondiali di magneti permanenti a base di terre rare, con la Cina come principale fornitore.

Le terre rare sono un gruppo di 17 elementi chimici, ma il vero nodo riguarda i magneti permanenti, settore in cui la Cina controlla circa il 95% della produzione globale.

Questi componenti consentono di realizzare motori più leggeri ed efficienti e sono fondamentali per droni, missili di precisione, veicoli elettrici e turbine eoliche. Secondo Goldman Sachs, i magneti permanenti rappresentano ormai un vero e proprio collo di bottiglia per la sicurezza nazionale.

Un rischio da migliaia di miliardi di dollari

Il rapporto dell’ONU evidenzia che dal 2020 la Cina ha introdotto 16 diverse restrizioni commerciali sui materiali critici per la transizione energetica. La misura più nota è arrivata l’anno scorso come risposta ai dazi imposti dagli Stati Uniti.

Secondo un rapporto dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) pubblicato nel 2026, se i controlli alle esportazioni venissero applicati integralmente potrebbero mettere a rischio fino a 6.500 miliardi di dollari di attività economica annua al di fuori della Cina.

“Lo scenario peggiore sarebbe continuare a dipendere dalla Cina per la produzione delle tecnologie militari mentre Pechino diventa sempre più aggressiva nello Stretto di Taiwan”, ha spiegato Meredith Schwartz, esperta del Critical Minerals Security Program del Center for Strategic and International Studies (CSIS).

“Finché manterrà questo vantaggio, la Cina potrà continuare a usare la sua posizione dominante come leva economica contro le industrie occidentali”.

Gli Stati Uniti provano a costruire un’alternativa

Uno dei principali vantaggi competitivi della Cina è il controllo della raffinazione delle terre rare, un processo estremamente costoso e ad alta intensità energetica che rappresenta una barriera all’ingresso per nuovi operatori.

Tuttavia, negli Stati Uniti stanno emergendo alcune aziende che puntano a creare una filiera occidentale alternativa.

Tra queste c’è USA Rare Earth, che estrae, lavora e produce magneti permanenti nel tentativo di realizzare la prima filiera americana completamente integrata, dalla miniera al prodotto finale. Grazie al Chips and Science Act, la società ha ottenuto 277 milioni di dollari di incentivi federali per sviluppare una capacità produttiva fino a 10.000 tonnellate annue di leghe metalliche a base di terre rare.

Anche MP Materials sta investendo massicciamente nel settore. L’azienda gestisce l’unica miniera di terre rare su scala commerciale degli Stati Uniti, a Mountain Pass, in California, e possiede impianti di lavorazione in Texas. Di recente ha ricevuto un prestito da 150 milioni di dollari dal Dipartimento della Difesa per ampliare la capacità di separazione delle terre rare.

L’azienda sta inoltre costruendo un secondo impianto in Texas che, insieme a quello già operativo, dovrebbe raggiungere una capacità di produzione di 10.000 tonnellate annue di magneti permanenti.

Per gli esperti non sarà sufficiente nel breve termine

Nonostante questi investimenti, gli analisti invitano alla prudenza.

Secondo Schwartz, gli Stati Uniti stanno concentrando gli sforzi soprattutto sulle cosiddette “terre rare leggere”, mentre la Cina mantiene ancora una posizione dominante nell’estrazione delle più preziose “terre rare pesanti”, fondamentali per molte applicazioni militari e industriali avanzate.

L’esperta cita il caso del Giappone, che ha impiegato oltre quindici anni per ridurre in modo significativo la propria dipendenza dalle forniture cinesi.

“Attualmente non esiste una produzione su larga scala di terre rare pesanti al di fuori della Cina”, ha spiegato. “Per costruire una filiera realmente indipendente sarà necessario aumentare in modo significativo proprio la produzione di questi materiali”.

Questo articolo è stato pubblicato su Fortune.com.

Poste Italiane Dic 25

Leggi anche

Ultima ora

ABBIAMO UN'OFFERTA PER TE

€2 per 1 mese di Fortune

Oltre 100 articoli in anteprima di business ed economia ogni mese

Approfittane ora per ottenere in esclusiva:

Fortune è un marchio Fortune Media IP Limited usato sotto licenza.