Mercedes rischia il bando negli Stati Uniti: nel mirino la presenza di soci cinesi

Mercedes Benz

Washington potrebbe impedire a Mercedes-Benz di vendere le proprie auto negli Stati Uniti. Non perché il costruttore tedesco produca in Cina, ma perché quasi il 20% del suo capitale è nelle mani di investitori cinesi. È il possibile effetto di un disegno di legge che punta a rafforzare i controlli sui veicoli connessi e che potrebbe ridefinire il rapporto tra geopolitica, sicurezza nazionale e industria automobilistica.

Il Senato americano potrebbe impedire a Mercedes-Benz di vendere le proprie auto negli Stati Uniti. Il motivo non riguarda la produzione né la tecnologia sviluppata dal gruppo tedesco, ma la composizione del suo azionariato. Un disegno di legge approvato dalla Commissione Commercio del Senato punta infatti a rafforzare le restrizioni nei confronti delle case automobilistiche considerate esposte all’influenza cinese. Se il Congresso confermerà il testo senza modifiche sostanziali, Mercedes rischierà di uscire da uno dei suoi mercati più importanti.

La proposta rappresenta un nuovo capitolo della strategia americana per limitare la presenza cinese nei settori considerati strategici. Dopo aver imposto restrizioni ai veicoli connessi prodotti in Cina per motivi di sicurezza nazionale, Washington vuole estendere il raggio d’azione anche ai costruttori stranieri che presentano una significativa partecipazione azionaria cinese. L’obiettivo è ridurre il rischio che aziende ritenute vicine a Pechino possano accedere ai dati raccolti dai veicoli o influenzare infrastrutture considerate sensibili.

Il ruolo degli azionisti cinesi

Il punto più controverso del provvedimento riguarda la soglia del 15%: le aziende che superano questo limite di partecipazione cinese non potrebbero commercializzare veicoli sul mercato statunitense. Mercedes-Benz rientrerebbe in questa casistica perché quasi il 20% del capitale è riconducibile a investitori cinesi.

BAIC Group, partner storico del costruttore tedesco in Cina, possiede il 9,98% del capitale. A questa partecipazione si aggiunge quella di Li Shufu, fondatore del gruppo Geely, che controlla circa il 9,7% attraverso la società Tenaciou3 Prospect Investment Limited. Singolarmente nessuno dei due investitori supera il 10%, ma insieme oltrepassano la soglia prevista dal disegno di legge.

La posizione del Senato americano

Lo stesso presidente della Commissione Commercio del Senato, il repubblicano Ted Cruz, ha riconosciuto durante il dibattito che la norma, nella sua formulazione attuale, finirebbe per coinvolgere anche Mercedes-Benz, pur non essendo questo l’obiettivo del provvedimento. Per questo ha annunciato l’intenzione di lavorare a una revisione del testo prima dell’approvazione definitiva.

Anche il senatore Bernie Moreno, tra i promotori della proposta insieme alla democratica Elissa Slotkin, ha precisato che Mercedes avrebbe tempo fino al 2030 per adeguarsi ai nuovi requisiti e potrebbe ottenere eventuali deroghe.

La risposta di Mercedes

Mercedes contesta l’impostazione del disegno di legge. Il gruppo ricorda che nessun azionista esercita il controllo della società e che gli investitori cinesi hanno un ruolo esclusivamente finanziario. Sottolinea inoltre il proprio contributo all’economia americana, dove sostiene circa 160 mila posti di lavoro e investe ogni anno circa un miliardo di dollari.

La casa automobilistica afferma di condividere gli obiettivi di sicurezza nazionale perseguiti dagli Stati Uniti, ma ritiene che l’attuale formulazione della norma finisca per penalizzare anche aziende occidentali prive di qualsiasi controllo cinese.

Una partita che va oltre Mercedes

Il caso Mercedes mostra come la competizione tra Stati Uniti e Cina stia cambiando natura. Se negli ultimi anni Washington ha concentrato l’attenzione soprattutto sui costruttori cinesi, oggi il controllo si estende anche agli assetti proprietari delle multinazionali. Non conta più soltanto dove un’azienda produce o ha sede, ma anche chi ne detiene il capitale.

Per Mercedes la questione arriva in una fase particolarmente delicata. Il gruppo sta affrontando il rallentamento della domanda in Cina e la crescente pressione dei produttori locali, mentre gli Stati Uniti restano uno dei mercati più redditizi per il marchio premium. Un eventuale irrigidimento delle regole americane aprirebbe quindi un nuovo fronte per il costruttore di Stoccarda, sempre più esposto agli effetti della competizione economica e geopolitica tra Washington e Pechino.

Philip Morris 07/2026
Poste Italiane Dic 25

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