Confindustria, caro petrolio e inflazione frenano Pil, investimenti e consumi

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Per l’Italia il terzo trimestre 2026 non è iniziato nel migliore dei modi. A frenare la nostra economia è principalmente il rincaro di gas e petrolio (che attualmente ha superato i 90 dollari al barile), dovuto alla nuova escalation della guerra in Iran che ha comportato una caduta dei transiti di navi per lo Stretto di Hormuz (32% a metà luglio). È quanto si legge nella Congiuntura Flash del Centro Studi di Confindustria.

L’aria di incertezza potrebbe causare una nuova frenata nei consumi e un rallentamento negli investimenti. Da questo punto di vista, Confindustria sottolinea che nonostante l’aumento finora moderato dei tassi (3,67% a maggio, da 3,33% a febbraio), i prestiti alle imprese accelerano (+3,5% annuo); però, sono alimentati dalla domanda di liquidità per le bollette energetiche, meno per investimenti. A maggio si è fermata la crescita della produzione di beni strumentali e nel 2° trimestre sono calate le previsioni di spesa in investimenti.

Il peso della guerra e dell’aumento del costo delle materie prime aveva influito sull’industria anche nei trimestri precedenti. Infatti, a maggio la produzione industriale è diminuita (-0,3%), per la caduta dei beni intermedi (-0,8%) e di consumo (-0,5%), mentre la crescita degli energetici (+4,6%) ha attutito la flessione. Anche l’export di beni risulta in calo dello 0,4% a prezzi costanti (-2,6% in aprile); nei primi cinque mesi resta comunque in crescita, a un ritmo inferiore alla media di lungo periodo. Molto eterogenee le dinamiche geografiche e settoriali: in aumento le vendite verso Svizzera e Cina, sostenute da metalli e farmaci; forte accelerazione verso il Mercosur (+21,2% tendenziale) nel 1° mese di applicazione dell’Accordo, grazie ai macchinari, oltre ai farmaci; in calo verso Turchia, Spagna, Usa.

Quanto peserà l’inflazione sulla crescita?

I dati Istat mostrano un brusco aumento dell’inflazione in Italia, con il picco a maggio (+3,2%, da +1,0% a gennaio). Ciò è stato dovuto allo shock sui prezzi petroliferi da inizio marzo, innescato a sua volta dalla guerra nel Golfo Persico che ha causato forti limitazioni ai transiti di navi nello stretto di Hormuz. Analogo picco è stato toccato nell’intera Eurozona (+3,2% a maggio). L’inflazione nel 2026, tuttavia, finora è molto inferiore rispetto al massimo mensile toccato nel 2022 (+11,8% in Italia).

Le stime di giugno della Bce – evidenzia il Centro Studi di Confindustria – indicano che il picco di inflazione in Europa si avrebbe quest’anno (+3,0% in media, +3,4% nel 4° trimestre), mentre nel prossimo ci sarebbe un calo (+2,3% e +1,9%). La Commissione Ue ha uno scenario simile. Il balzo nell’inflazione potrebbe, quindi, dimostrarsi temporaneo. Ma molto dipenderà dagli sviluppi su prezzo del petrolio e Hormuz (a luglio di nuovo quasi chiuso). La flessione dell’inflazione a giugno (+3,0%) non deve illudere: da sempre è un fenomeno “vischioso”, la moderazione non sarà istantanea: nel 2023 l’inflazione italiana ha impiegato 12 mesi a scendere da +12% a +1%. Inoltre, anche con un’inflazione transitoria, il gradino nel livello dei prezzi resta ed esercita effetti di segno negativo sul Pil.

Tutto ciò fa salire l’attenzione sulle prossime decisioni della Bce in merito ai tassi. I mercati non prevedono una rapida serie di rialzi dei tassi, come nel 2022, ma solo un altro +0,25 a fine anno, dopo il rialzo stabilito a giugno. La stessa Presidente Lagarde ha quasi escluso uno scenario molto restrittivo, ma senza chiudere la porta a qualche altro ritocco al rialzo nei prossimi mesi. Ad ogni modo – secondo Confindustria – anche se ci si limitasse a uno/due rialzi dei tassi nel 2026, questi contribuiranno a frenare consumi e investimenti attraverso il canale del credito bancario. E ciò si somma all’effetto restrittivo già dovuto ai prezzi più alti.

Philip Morris 07/2026
Poste Italiane Dic 25

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