L’intervento del governo sulle accise del gasolio ha un pregio: riconosce che il caro carburanti è tornato a essere una delle principali preoccupazioni di famiglie e imprese. Ma ha anche un limite evidente. È un provvedimento che agisce sugli effetti, non sulle cause. E le cause, oggi più che mai, sono fuori dai confini italiani. Le tensioni geopolitiche in Medio Oriente, il rischio di escalation nell’area dello Stretto di Hormuz e la volatilità dei mercati energetici continuano a influenzare il prezzo del petrolio.
L’Italia non ha gli strumenti per determinare cosa accadrà in quel quadrante strategico del mondo. Non può garantire che il greggio continui a transitare senza interruzioni, né può mettere al riparo consumatori e imprese dalle oscillazioni internazionali delle quotazioni. Le decisioni nelle prossime ore del presidente Trump, che peraltro oggi a Washington incontrerà il premier israeliano Netanyahu, sono fuori dalla nostra capacità di manovra.
L’Italia osserva ma intanto non può restare ferma davanti alle conseguenze economiche di un conflitto che non accenna a placarsi. Il dibattito non dovrebbe limitarsi all’ennesima discussione sulle accise. Il punto è un altro: come ridurre la vulnerabilità del sistema energetico italiano. La prima risposta è aumentare la produzione nazionale di gas e petrolio. Per anni l’Italia ha progressivamente rinunciato a sfruttare risorse presenti sul proprio territorio e nei propri mari, aumentando la dipendenza dall’estero. Nessuno immagina l’autosufficienza energetica, ma ogni metro cubo di gas o barile estratto in Italia rappresenta un passo in meno verso la dipendenza da crisi geopolitiche che non controlliamo.
Come ha evidenziato il presidente di Nomisma Davide Tabarelli, in Basilicata potremmo raddoppiare la quantità di petrolio estratto rispetto ai 40mila barili al giorno di oggi. La seconda direttrice riguarda le energie rinnovabili. Il problema non è tanto la mancanza di investimenti o di interesse da parte degli operatori, quanto la lentezza delle procedure autorizzative. Progetti pronti rimangono bloccati per mesi, talvolta per anni, tra pareri, ricorsi e competenze frammentate. Accelerare gli iter significa aumentare l’offerta di energia, attrarre capitali e rafforzare la competitività del sistema produttivo.
Infine, resta decisiva la diversificazione delle fonti di approvvigionamento. Negli ultimi anni l’Italia ha dimostrato di saper ridurre la dipendenza da singoli fornitori, ma il percorso deve continuare. Più fornitori, più infrastrutture e più rotte commerciali significano maggiore resilienza e minore esposizione agli shock internazionali. Il decreto sulle accise può offrire un sollievo temporaneo, ma non cambierà la traiettoria dei prezzi se il petrolio continuerà a salire. La politica energetica non può limitarsi a rincorrere le emergenze con interventi fiscali. Deve costruire le condizioni affinché il Paese sia meno esposto alle crisi globali. L’energia è tornata a essere una questione di sicurezza nazionale prima ancora che di politica industriale. Continuare a discutere soltanto di accise significa guardare il dito. La luna è la capacità dell’Italia di produrre più energia, autorizzarla più rapidamente e acquistarla da un numero sempre maggiore di partner. È lì che si gioca la partita decisiva per contenere davvero il costo dei carburanti e dare stabilità all’economia.

