La campagna del presidente Trump per ottenere tassi d’interesse più bassi negli Stati Uniti rischia di subire un nuovo stop questa settimana, in occasione della riunione del Federal Open Market Committee (Fomc). Gli analisti di Wall Street sono infatti giunti in larga parte alla conclusione che il Fomc manterrà i tassi invariati, se non addirittura li aumenterà. E, sullo sfondo, c’è anche la politica estera dello stesso Trump.
Il Fomc, guidato dal presidente della banca centrale Kevin Warsh, si riunirà oggi e domani per valutare i progressi verso i suoi obiettivi di massima occupazione e inflazione al 2%.
È proprio quest’ultimo obiettivo ad aver creato le maggiori difficoltà alla Federal Reserve negli ultimi anni. Al momento della stesura dell’articolo, l’inflazione si attesta al 3,5%: un calo rispetto al passaggio da maggio a giugno, ma ancora ben al di sopra sia dei livelli di inizio anno sia del target fissato dalla Fed.
Una parte di questo dato è dovuta all’aumento dei prezzi dei carburanti, cresciuti del 15,7% rispetto a un anno fa. Sebbene la pressione in questa categoria stia iniziando ad attenuarsi (con un calo del 4,9% tra maggio e giugno), i prezzi restano elevati a causa del conflitto in Medio Oriente, che continua a limitare l’offerta globale di petrolio.
Al momento non si intravedono segnali di una soluzione della crisi tra Washington e Teheran. Sebbene le due parti non siano più impegnate in uno scontro militare diretto, come avvenuto nelle ultime due settimane, non è stato annunciato alcun cessate il fuoco ufficiale. Questa fragile tregua offre uno spazio alla diplomazia, ma nessuna delle due parti sembra disposta a cedere sul controllo dello Stretto di Hormuz, il passaggio strategico attraverso cui transita una quota rilevante del petrolio mondiale.
Secondo gli analisti di Wall Street, la politica estera di Trump rappresenta quindi un ostacolo al percorso che potrebbe portare Warsh a tagliare i tassi.
Lo scenario di base di Bank of America è quello di una pausa questo mese, hanno scritto il capo economista per gli Stati Uniti Aditya Bhave e il suo team: “Con i mercati che ora scontano quasi 10 punti base di rialzi a luglio, il presidente Warsh si trova davanti a una scelta difficile. Non aumentare i tassi potrebbe mettere in discussione la credibilità della Fed nella lotta all’inflazione. Al contrario, un rialzo andrebbe contro il suo approccio, che prevede di guardare oltre gli shock dell’offerta. Riteniamo che la decisione di luglio dipenda da Warsh, che dispone dei voti necessari in entrambe le direzioni. Dal punto di vista strategico, ha incentivi ad aumentare i tassi a breve. Continuiamo a prevedere tre rialzi da 25 punti base, a settembre, ottobre e dicembre”.
La questione della credibilità
La credibilità di Warsh e, di riflesso, della Federal Reserve è al centro dell’attenzione che circonda oggi la banca centrale. Dopo gli attacchi senza precedenti del presidente Trump contro il predecessore di Warsh, Jerome Powell, politici e analisti si sono chiesti quale linea avrebbe adottato il nuovo presidente della Fed una volta insediatosi a Washington.
La domanda principale era se Warsh avrebbe sostenuto il taglio dei tassi auspicato dal presidente, anche qualora i dati economici suggerissero il contrario. Finora questo scenario non si è verificato. Tuttavia, anche l’eventuale riluttanza ad aumentare i tassi quando necessario potrebbe alimentare nuove preoccupazioni.
Sebbene Warsh continui a mantenere il massimo riserbo sulle proprie intenzioni – è infatti un convinto oppositore della cosiddetta forward guidance, ovvero delle indicazioni preventive sulle future mosse della politica monetaria – Gregory Daco, capo economista di EY-Parthenon, osserva che altri responsabili della politica monetaria stanno assumendo posizioni sempre più decise.
«Il vuoto comunicativo lasciato dal presidente Warsh ha incoraggiato altri responsabili della politica monetaria a esprimersi con maggiore fermezza», ha scritto Daco. «Il loro messaggio converge su una semplice funzione di reazione: dopo mesi di sorprese al rialzo sull’inflazione, la pazienza sta diminuendo. Se l’inflazione non tornerà presto verso il 2% e continuerà a rimanere elevata a causa di persistenti shock dell’offerta, della forte domanda legata all’intelligenza artificiale, dei dazi o del conflitto in Medio Oriente, diventerà evidente la necessità di un ulteriore irrigidimento della politica monetaria».
La maggior parte degli operatori sembra condividere questa visione. Secondo il barometro FedWatch del Cme, basato sui contratti futures sui Fed Funds a 30 giorni, il 68,5% dei trader specializzati nei tassi d’interesse si aspetta che la Fed lasci invariato il costo del denaro nella riunione di questa settimana. I restanti prevedono invece un rialzo di 25 punti base, che porterebbe il tasso di riferimento in una fascia compresa tra il 3,75% e il 4%.
L’articolo originale è su Fortune.com

