7 Gennaio 2019

Tesla: via a Gigafactory cinese, tra pro e contro

Alessandro Pulcini

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È il primo impianto di Tesla fuori dagli Stati Uniti; a pieno regime, produrrà 500mila auto elettriche; per la prima volta, una compagnia estera non avrà l’obbligo di stipulare una partnership con un soggetto cinese; si tratta di un investimento di 5 miliardi di dollari fatto da un’azienda americana nel pieno della guerra commerciale tra Trump e Xi. Ci sono tutti gli elementi per capire quanto la nuova Gigafactory di Tesla, i cui lavori sono stati inaugurati a Shangai (Linlang per la precisione, parco manifatturiero a sudest della città), sia importante. Quello su cui ci si interroga, però, è quali risvolti l’investimento in Cina avrà sull’azienda di Elon Musk.

Se da una parte infatti ci sono le prospettive positive già sottolineate al momento dell’annuncio di luglio, come il fatto di andare a produrre nel più grande mercato di veicoli elettrici del mondo (in una delle più grandi economie globali), dall’altra ci sono i possibili rischi dati dalle attuali condizioni dell’economia di Pechino.
Come ha sottolineato Bloomberg, in Cina l’imprenditore miliardario affronta un mercato automobilistico che lo scorso anno si è ridotto – probabilmente la prima volta in due decenni – mentre le incertezze che circondano la lotta commerciale tra le due maggiori economie del mondo, i segnali di indebolimento della domanda interna e il crollo del mercato azionario stanno pesando direttamente su consumatori, che naturalmente sono fondamentali per un’azienda come Tesla, che inoltre in oriente deve affrontare anche la concorrenza di diverse start-up del settore automotive.
“Non vediamo l’ora d’iniziare oggi il processo di costruzione della Gigafactory”, ha scritto Musk sul suo account Twitter. L’obiettivo è finire i lavori in estate “per iniziare a produrre la Model 3 a fine danno e raggiungere alti volumi l’anno prossimo”, ha aggiunto nei post successivi Musk, presente alla cerimonia di inizio lavori col sindaco Ying Yong, come testimoniato dal ritweet di alcune foto dell’evento. La Model 3 e Model Y saranno prodotte a Shangai in versione “abbordabile” esclusivamente per il mercato cinese, mentre “le versioni di Model S e X e di fascia più alta della Model 3 e Y saranno costruite negli Usa per il mercato globale, Cina inclusa”.

Lo stabilimento cinese è il risultato di anni di negoziati con le autorità locali e segna un trionfo personale per Musk che ha dovuto affrontare un 2018 complicato dalla decisione della Sec americana di punirlo dopo il famigerato tweet di Musk sul delisting delle azioni aziendali, con multe milionarie e ula riforma della governance societaria. Un impianto in Cina può essere cruciale per Tesla, che sta lottando per evitare un potenziale calo della domanda negli Stati Uniti, il suo più grande mercato, dopo la riduzione dei crediti d’imposta federali per i veicoli elettrici decisa dal governo americano. La società ha tagliato di 2000 dollari il prezzo di tutti i suoi modelli per compensare parzialmente la perdita del sussidio.

Inoltre un impianto in Cina significa vendere aggirando i dazi, anche se le due parti hanno indetto una tregua nella loro lotta commerciale e sono impegnate in trattative per raffreddare le tensioni, con la Cina che ha temporaneamente revocato una tariffa di ritorsione del 25% sulle auto prodotte negli Stati Uniti a partire dal 1 gennaio. Ma se si prende in considerazione il culmine delle tensioni, ovvero quando la Cina ha imposto il dazio per le auto prodotte in America, le vendite di Tesla nel paese asiatico – che è il suo secondo mercato – sono scese a 211 a ottobre, da 3552 a giugno, secondo i dati Bloomberg Intelligence. A novembre, hanno segnato 393 unità.

Il discorso ‘guerra commerciale’ si mischia con quello, più generale, legato alla situazione economica cinese. Le perdite di capitale in Cina lo scorso anno hanno spazzato via più di 2 trilioni di ricchezza, indebolendo l’appetito del consumatore per i beni di lusso. E Apple ha provocato perdite azionarie globali quando ha detto che il rallentamento della domanda cinese l’ha spinto a tagliare le sue previsioni sulle entrate per la prima volta in quasi due decenni. Le vendite di autovetture sono diminuite per sei mesi consecutivi fino a novembre, e l’indice Pmi della Cina è sceso sotto i 50 a dicembre, la lettura più bassa da maggio 2017, segnalando un indebolimento della domanda nell’economia da 12,2 miliardi di dollari.

 

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