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10 Gennaio 2019

Sfida al mercato nero del lusso

Attilia Burke

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Addio a Guccio, D&C e Daior. Da oggi i prodotti contraffatti potrebbero avere vita molto breve. Il merito va alla tecnologia che consente di capire se la borsa che stai acquistando è autentica, da dove proviene, quali sono le caratteristiche, e dove finisce se viene rubata e/o persa. Oggetti di lusso tracciati come smartphone e dotati di microchip sviluppati utilizzando la tecnologia blockchain, a prova di truffa. È Luxochain la società svizzera di Lugano che mira a bucare un mercato nero che ha generato – nel mondo del lusso – perdite pari a 83 miliardi di euro nel 2017.

Creare ‘passaporti digitali‘ in grado di identificare in modo univoco un bene dell’alto di gamma, attestandone l’originalità, ha richiesto un “investimento iniziale di circa 10 milioni di euro, se si considerano ricerca, sviluppo e messa a punto del Wallet, oltre agli studi in corso, in collaborazione con una grossa università europea, per creare un sistema ad hoc per le opere d’arte”, racconta a Fortune Italia Natale Consonni, che a luglio 2017 ha fondato l’azienda insieme ad altri imprenditori italiani del settore della certificazione dei prodotti.

Non è da escludere che un domani l’utilizzo venga ampliato ad altri settori, considerando che l’importo della contraffazione totale a livello mondiale è destinato a raggiungere 1,82 miliardi di miliardi di dollari entro il 2020 (Global Brand Counterfeiting Report 2018). Il concetto di ‘lusso’ adottato dall’azienda è già di per sé ampio, e include, ad esempio, “il settore dei vini che sta mostrando un vivo interesse per questa tecnologia – afferma Consonni – Soprattutto chi esporta ha bisogno di fornire un prodotto sicuro in termini di autenticità: dall’Italia a Hong Hong la strada è lunga. Il chip inserito sul tappo della bottiglia garantisce sia la provenienza del vino che le condizioni di stoccaggio, ivi comprese le temperature registrate durante il trasporto”.

Arriveranno, dunque, tempi duri per chi vive di contraffazione. Mentre per le aziende che intendono adottare la tecnologia “i costi non sono elevati dal punto di vista dell’hardware – spiega Consonni – e riguardano, più che altro, le variazioni del ciclo produttivo per l’inserimento dei microchip, e l’organizzazione che deriva dall’adozione della tecnologia”. Bisognerà prevedere, infatti, sistemi elettronici che traccino il passaggio dell’oggetto dal venditore al consumatore. “Il brand che sposerà quest’idea dovrà mettere in atto un’organizzazione che gestisca questo nuovo processo”.

L’applicazione che permetterà al consumatore di registrare l’identikit del suo prodotto è già disponibile. E sono in corso le prime trattative: “siamo già in fase di discussione avanzata con un grosso gruppo di Singapore che commercializza prodotti di lusso”, spiega Consonni.

Da qui a cinque anni? “La società avrà sempre al suo interno una robusta presenza dal punto di vista tecnico, ora i brand devono fare la loro parte per rendere questo network possibile” afferma, certo che “a fare pressione sulle grandi firme saranno proprio i consumatori”. L’ambizione della società “è di diventare la più importante realtà industriale nell’anticontraffazione dei beni di lusso”, conclude l’altro fondatore e Ceo, Davide Baldi.

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