Rispetto e silenzio per Genova

Share on facebook
Share on google
Share on twitter
Share on linkedin
Share on whatsapp

Rispettoso silenzio per i morti e duro lavoro per ricostruire. Picconate, pale che affondano nei sacchi di sabbia da buttare nelle betoniere dove sfrigola il bitume, gli ingranaggi metallici delle gru in funzione: quando si parla del Ponte Morandi, questi sono gli unici rumori che un genovese, in questo momento storico, vorrebbe sentire.

I genovesi non amano né la spettacolarizzazione né i proclami. Non amano stare al centro dell’attenzione, o meglio, non gli interessa proprio. I genovesi amano la concretezza. La finzione, il circo mediatico, il chiasso inutile, sono quanto di più lontano ci possa essere da una popolazione che non guarda all’apparenza, ma alla sostanza.

Ora, il ministro delle infrastrutture e dei trasporti Danilo Toninelli parla della ricostruzione del ponte come dell’“immagine rilancio del Paese”. Non vorrei che le aspettative del ministro venissero deluse, per questo credo sia giusto permettergli di vedere le cose da un’altra prospettiva: quella di chi, su quello che era il ponte Morandi, ci è passato centinaia di volte.

Questo chiassoso entusiasmo sulla ricostruzione del ponte, per un genovese, equivale più o meno allo stridio di un’unghia che graffia una lavagna. È bello sapere che i lavori procedono secondo la tabella di marcia. Questa è una cosa concreta. È meno bello rendersi conto della strumentalizzazione della tragedia a favore dell’eterna campagna elettorale che indirizza le scelte di chi guida il Paese.

Una precisazione: il nuovo ponte – il cui design non è mai stato oggetto del nostro interesse (a parte quando il ministro Toninelli voleva trasformarlo in una sorta di ‘parco giochi’ destando lo sconcerto di tutti) – deve essere molto chiaro che non sarà mai l’immagine del rilancio del Paese. Quel collegamento rimarrà sempre e comunque qualcosa di doloroso; lo rimarrà perché tutte le volte che qualcuno percorrerà quella strada, specialmente un genovese, non potrà fare a meno di pensare alle 43 vittime che il 14 agosto dello scorso anno sono rimaste sotto le macerie; non potrà fare a meno di pensare a tutte le telefonate fatte quel 14 agosto per sincerarsi che nessun amico o parente mancasse all’appello. Il nuovo ponte rimarrà sempre e comunque il simbolo dell’inefficienza italiana. Non sarà celebrato. Voler “rilanciare l’immagine del Paese” sopra a questa vergogna nazionale non è altro che un insulto a chi oggi non c’è più.

Ma c’è di più. Peggio di questa mancanza di empatia verso un popolo che non si lascia ammaliare dal sensazionalismo, c’è il tentativo del ministro Toninelli – decisamente poco efficace – di avvicinamento. “Quella di Genova è una ferita aperta che difficilmente si potrà ricucire completamente”, afferma. E fino a qui siamo tutti d’accordo. Ma poi tra le sue parole trapela qualcosa che, alle mie orecchie genovesi, suona poco trasparente, poco di cuore, decisamente inopportuna: “Oggi iniziare a vedere, a distanza di pochi mesi, che si demolisce un ponte che è stato mal gestito da chi ne ha approfittato molto come vantaggi economici, che tra pochi mesi si ricostruirà, che a fine anno sarà in piedi e a inizio anno prossimo potrà essere finalmente collaudato e riaperto, penso che sia uno slancio positivo per tutta l’Italia”.

Eccola lì: l’accusa, la volontà di incitare all’odio verso un nemico comune, come se la gente non fosse già abbastanza scossa. Eccolo lì: il tentativo di utilizzare la tragedia a fini propagandistici per ‘arruolare’ soldati arrabbiati da schierare con il proprio partito. Basta approfittare della sensibilità di chi è profondamente coinvolto nella disgrazia.

Per favore, basta. Il mio appello è per il ritorno a un rispettoso silenzio. Basta celebrazioni chiassose per la messa in atto di ciò che è normale che venga fatto. Ma in quale Paese si inneggia in questo modo alla realizzazione di un ponte, dopo la caduta del precedente? Ma intanto non importa perché qui si scattano selfie, e tra un post su fb e un tweet, si mettono sul piatto le sorti del Paese. Si ostacola la realizzazione delle grandi opere che consentirebbero di smaltire il traffico sulle strade, le stesse strade che sono appesantite da tir e camion, come lo era il ponte. E poi si celebra la ricostruzione di strutture che non dovevano crollare.