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Anche Huawei nella lista nera di Trump

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L’America di Trump ha classificato le attività di Huawei tra quelle rischiose per la sicurezza nazionale. Ad alimentare l’incessante tensione che si respira tra Cina e Usa, dunque, uno sgambetto degli Stati Uniti giocato su un terreno lievemente diverso da quello dei dazi: il governo americano ha inserito il big cinese delle telecomunicazioni e 70 delle sue affiliate nella ‘Entity List’, una sorta di lista nera del commercio, che limita per Huawei gli acquisti di componenti da società americane. Una mossa questa che – spiegano le autorità americane – rende difficile per Huawei vendere i suoi prodotti vista la loro dipendenza da componenti americani e che impone alle società americane che vogliono fare affari con Huawei di ottenere una licenza.

Pechino non resta a guardare, ed esprime il suo dissenso opponendosi “con forza alla imposizione unilaterale di sanzioni”: il portavoce del ministero del Commercio Gao Feng, in merito alle ultime restrizioni Usa contro Huawei, ha detto che gli Stati Uniti dovrebbero evitare di peggiorare ulteriormente le relazioni bilaterali. “La Cina ha enfatizzato molte volte che il concetto di sicurezza nazionale non dovrebbe essere abusato e non dovrebbe essere utilizzato come uno strumento per il protezionismo commerciale”, ha aggiunto Gao.

Insomma, un’iniziativa che contribuisce a minare rapporti già tesi a causa di una guerra commerciale i cui danni si stanno ripercuotendo sull’economia mondiale. Dall’Australia, dove il primo ministro Scott Morrison aveva lanciato un appello affinché si raggiungesse una risoluzione: “queste tensioni non fanno bene all’economia globale e certamente non fanno bene all’economia dell’Asia-Pacifico”, aveva detto. Fino ai mercati emergenti che – a causa dell’impennata delle tensioni – hanno accusato nelle ultime settimane la maggiore fuga di capitali da ottobre 2018. Secondo l’Institute of international finance, l’annuncio del presidente Donald Trump di nuovi dazi all’import di 200 miliardi di dollari di “made in China”, accusando Pechino di marcia indietro sui precedenti impegni, ha colto di sorpresa i mercati. I deflussi sono stati trainati dai mercati azionari cinesi, che hanno accusato lunedì 1,5 miliardi di dollari in uscita, in aggiunta al “prelievo” da 2,5 miliardi fatto dagli investitori nella settimana precedente. Un trend che ha interessato che non ha risparmiato Taiwan e altri paesi asiatici emergenti, come Corea del Sud, India e Indonesia: tutti, secondo il rapporto periodico dell’Iif, “hanno rispecchiato la tendenza della Cina, evidenziando i rischi più ampi delle crescenti tensioni commerciali Usa-Cina”.