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13 Giugno 2019

Blue Economy, 20 mld di valore aggiunto in Italia

Morena Pivetti

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L’ultima istantanea l’ha scattata la Commissione Europea, per la precisione con la regia della Dgmare nel 2017, e i numeri sono impressionanti: la Blue Economy, ovvero tutte le attività economiche legate al mare, hanno mosso un volume di affari di 658 miliardi di euro, producendo 180 miliardi di valore aggiunto, il che significa quasi 480 miliardi di costi intermedi, cioè di acquisti effettuati negli altri settori dell’economia, e un’occupazione di 4 milioni di addetti.

L’UE Blue Economy Report 2019 certifica che l’Europa si conferma grande potenza marittima, grazie anche all’enorme dimensione costiera: l’80% del commercio estero dell’Unione e il 40% del suo commercio interno utilizzano la navigazione; gli armatori europei controllano quasi il 40% del tonnellaggio mondiale di naviglio mercantile; l’industria cantieristica europea è leader mondiale nella costruzione di navi da crociera e yacht di lusso; l’industria di produzione di apparecchiature e componenti marittime dell’Unione serve metà della flotta mondiale.

L’Italia gioca un ruolo importante nel quadro europeo, come testimoniamo le cifre relative al nostro Paese: nel 2017 occupava più di 413mila addetti, aveva un volume d’affari di quasi 97 miliardi di euro (ben il 15% del totale Europa) e generava circa 19,8 miliardi di valore aggiunto. La Blue Economy italiana è dominata dal turismo costiero, che contribuisce con il 49% dei posti di lavoro e il 36% del valore aggiunto. Al secondo posto il trasporto marittimo, che con il 12% dell’occupazione e il 16% del valore aggiunto ha un peso rilevante. Più in generale se si confrontano i dati del 2017 con quelli del 2009 gli addetti sono diminuiti dell’8% mentre il valore aggiunto è cresciuto del 15%

Secondo la Federazione del Mare, che riunisce gran parte delle organizzazioni del settore – dalla formazione alle assicurazioni ai sindacati, dagli armatori alla cantieristica, dagli agenti marittimi ai porti – il rapporto è importante ma migliorabile, visto che i dati si riferiscono al 2017 e non consentono “di valutare le evoluzioni più recenti” e manca un’analisi qualitativa, oltre che quantitativa. I dati  includono anche il turismo costiero e l’estrazione di idrocarburi, che concorrono rispettivamente per il 30% e il 14% al volume d’affari della Blue Economy e per il 54% e il 4% alla sua occupazione. La Federazione sottolinea che in Italia quei settori non vengono analizzati nel rapporto dedicato periodicamente dalla Federazione del Mare e dal Censis al cluster marittimo nazionale, che include solo le attività marittime vere e proprie. Depurato di turismo e estrazione i dati per la Blue Economy europea sono pari a 383 miliardi di euro come fatturato e 1,7 milioni di persone come occupazione.

La forza dell’Europa in campo marittimo, conclude la Federazione del Mare, sta nella presenza nell’Unione di soggetti attivi lungo l’intera catena del valore, tutti protagonisti del cluster marittimo fondamentali per un’industria che guarda al futuro: senza una grande capacità ingegneristica diffusa, l’energia eolica offshore non avrebbe avuto un simile successo nei mari del Nord; senza la collaborazione di armatori, costruttori navali e istituti di ricerca non potremmo costruire le navi pulite del futuro, così importanti per mari come il Mediterraneo.

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