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13 Giugno 2019

La fuga di ‘braccia e cervelli’, un costo da recuperare

Raffaele Marino

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Fuga di cervelli: centosettantamila euro. Tanto costa, secondo l’Ocse, la formazione di un giovane laureato all’Italia. Che prima investe nelle sue nuove leve e poi lascia che scappino via. Fermare l’esodo dei talenti italiani è un’urgenza necessaria e non più rinviabile. È l’allarme lanciato nel corso del convegno ‘Famiglie senza confini. Sfide e opportunità’ organizzato dai gruppi Pd di Senato e Camera presso la Sala Isma del Senato e promosso dalla senatrice Laura Garavini, Vicepresidente Commissione Difesa, che ha introdotto i lavori.

“Un terzo di chi emigra è laureato. Se queste eccellenze decidono di rimanere stabilmente all’estero, l’Italia si impoverisce – ha spiegato la senatrice – Favoriamo il rientro con lavoro e pari diritti. La mobilità è un bene. Se però non è circolare, rischiamo di perdere preziose risorse umane che decidono di mettere a frutto all’estero quanto hanno appreso in Italia. Portando con loro anche le famiglie di origine. Questa ‘fuga di braccia e cervelli’ per il Paese rappresenta una perdita”.

E in effetti i dati esposti in Senato non lasciano dubbi sull’importanza di invertire la rotta. Secondo l’Istat, in termini percentuali i laureati emigrano più della media degli italiani. Il grado di istruzione di chi se ne va è più alto rispetto al passato: il 34,6 per cento ha la licenza media, il 34,8 per cento è diplomato e il 30 per cento è laureato.

Questa fuga di cervelli rappresenta una perdita in tutti i sensi. Culturali ed economici. Ogni emigrato istruito è un investimento che se ne va. Se per i laureati spendiamo 170mila euro, non va meglio con i dottori di ricerca. Che, sempre secondo i dati dell’Ocse, ci costano 228 mila. Almeno 90mila, invece, per ogni diplomato.

E chi si illude che i nostri expat compensino le loro partenze con le rimesse, si sbaglia di grosso. I ‘cervelli in fuga’ nel 2016 hanno mandato a casa 7 miliardi, circa mezzo punto di Pil. Soldi che non compensano l’investimento fatto dall’Italia per formarli e di cui beneficeranno altri Paesi.

In pratica, le università italiane preparano generazioni di giovani che poi lasciano l’Italia andando ad arricchire altri Paesi in termini di competenze e ricadute benefiche economiche. Una perdita di talenti che rischia di influenzare negativamente il benessere e la sostenibilità del sistema Paese. Che così si svuota delle sue risorse ed energie migliori.

Nel corso del 2017 sono partiti in 128.193 dall’Italia. Nell’ultimo anno il trend di crescita è stato del +3,3 per cento, considerando gli ultimi tre anni la percentuale sale a +19,2 per cento e per l’ultimo quinquennio addirittura a +36,2 per cento.

Secondo il rapporto Migrantes 2018, dal 2006 al 2018 la mobilità italiana è aumentata del 64,7 per cento passando, in valore assoluto, da poco più di 3,1 milioni di iscritti all’Aire a più di 5,1 milioni, con un aumento di oltre 140 mila unità.

A partire sono i giovani (37,4 per cento) e i giovani adulti (25,0 per cento). Il 27,4 per cento di chi se ne va ha tra i 18 e i 34 anni, ma rispetto all’anno precedente c’è stato nel 2017 un aumento di quasi il 3 per cento di persone tra i 35 e i 49 anni. Nel complesso, il 56 per cento degli expat ha tra i 18 e i 44 anni.

Come fermare questa emorragia? Con investimenti e benefici fiscali. Ad esempio quelli delle misure per il Controesodo che, dal 2010 ad oggi, hanno garantito il rientro di circa 8.500 laureati, secondo i dati del Ministero dell’Economia.

Ma non basta. Perché un conto è farli tornare. Ben altra cosa è farli rimanere. Come? “Occorre sostenere il rientro con misure virtuose – ha spiegato Garavini – I nostri talenti se sosteniamo l’occupazione, la giusta retribuzione, le possibilità di carriera in base al merito. E poi se favoriamo la conciliazione tra tempi di lavoro e natalità, come si fa in tanti paesi europei”.

Sostegno al reddito. Maggiore welfare. Ma, soprattutto, un vero e profondo cambiamento culturale. Che convinca le persone che chi se ne va, ma poi torna, arricchisce il Paese. E proprio per questo va considerato un prezioso valore aggiunto.

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