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La web tax alla francese è un modello?

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La Francia si muoverà per tassare i grandi colossi del web che operano sul territorio nazionale. La tassa interesserà tutte le realtà digitali che fatturano, a livello mondiale, almeno 750 milioni di euro ed entrate dalle vendite francesi superiori ai 25 milioni. Tra i gruppi interessanti spicca ovviamente il mondo digitale americano: i GAFA o AAFA (Google/Alphabet, Amazon, Facebook e Apple). Tra gli altri nomi americani potrebbero rientrare anche Airbnb e Uber (stante che le loro vendite rientrino negli standard definiti) ma anche gruppi cinesi o italiani come Ynap. La tassa sarà retroattiva a partire dal primo gennaio 2019, il governo stima che potrebbe rendere intorno ai 400 milioni di euro ed andare a crescere (stante la tesi che i fatturati del settore digitale continueranno a crescere) nei prossimi anni. Fin qui i fatti nudi e crudi.

A chi non piace?

Come è logico pensare vi sono dei critici di questa tassa: il primo è Donald Trump (i più tassati alla fine saranno le realtà americane) che ha lanciato un’indagine nei confronti del governo francese, per comprendere se non vi siano abusi. Un altro gruppo (sicuramente più silenzioso e sotto traccia rispetto a Trump) è quello composto dalle lobby dei big data che, già l’anno scorso, sono riuscite a cortocircuitare il progetto europeo di una tassa digitale, mandando lettere e facendo gentili pressioni (o riflessioni) ai politici europei (specie gli Irlandesi e i polacchi). Da sottolineare che nella top-ten delle aziende o agenzie di lobby che spendono in lobby a Bruxelles ci sono (come singole aziende) Google e Microsoft (entrambe interessate dalla tassa francese di cui sopra).

Una strategia non coordinata tra i singoli stati potrebbe, suggeriscono i detrattori della tassa digitale nazionale (leggasi lobby del digitale), portare a una competizione sulla tassazione. Competizione che andrebbe a danneggiare i big four digital born (come vengono definiti Amazon, Appe, Facebook e Google). Gli stessi detrattori fanno riferimento anche a variabili attuali quali nazionalismo, sensazione di perdita di lavoro causa economia digitale (o e-commerce se parliamo strettamente del mondo retail). Ora il caso francese non è solo interessante per la soluzione che ha adottato ma anche perché, di fatto, crea un precedente da cui tutte le altre nazioni dell’Unione possono prendere ispirazione (già Regno Unito, Italia e Germania si stanno muovendo).

Facciamo un passo indietro: Perché tassare le vendite?

“E’ il mondo più semplice, rude ma efficace”, spiega Azzurra Rinaldi, economista e docente di economia politica e innovation in emerging countries alla Università degli Studi di Roma Unitelma Sapienza. “Per vendite si farà, presumibilmente, riferimento alle varie forme di ricavi: pubblicità online (facebook?), vendita di prodotti (Amazon), sottoscrizione di piattaforme web con un fee (Amazon Prime?) servizi premium (Linkedin premium?), cloud computing (Amazon AWS?, raccolta e utilizzo di big data etc.”

Ma perché questa difficoltà nel tassare le digital companies?

Ci sono varie ragioni ma per capirle dobbiamo fare un piccolo passo indietro, e tuffarci nel fantastico mondo della gestione fiscale delle multinazionali.

“Nel vecchio mondo un’azienda aveva una sede nazionale. Vendeva prodotti o servizi e di lì veniva tassata sul territorio”, continua Rinaldi, aggiungendo: “Poi con le multinazionali arrivarono soluzioni flessibili per le tasse: proliferarono i paradisi fiscali (dal Jersey del Regno Unito al Delaware in USA), le scatole cinesi, le grandi soluzioni di fiscalità creativa (e qui mi fermo per non scendere troppo nel torbido). Il mondo delle grandi realtà digitali in vero non ha fatto altro che prendere l’approccio di tassazione delle vecchie multinazionali e pomparlo fino a mandarlo in orbita”.

Gli amici delle multinazionali: transfer (mis)pricing e BEPS

Il Transfer Pricing (tradotto prezzo di trasferimento di seguito TP) nella sua definizione ufficiale è piuttosto semplice. Un TP ha luogo quando in una multinazionale con differenti sedi nazionali e/o dipartimenti le singole unità sono responsabili dei loro libri contabili (di fatto ogni uscita ed entrata è calcolata fine a se stessa, come se la singola branch nazionale o dipartimento fosse un’azienda autonoma). Quando ad una divisione o branch nazionale è richiesto di fare transazioni tra di loro, il TP è usato per determinare il costo del servizio/prodotto transato. Di norma il prezzo di trasferimento non dovrebbe essere molto differente da quello di mercato. E’ un poco (forzando l’esempio) come se due amici fanno affari. Ci sarà uno scambio economico però dai “mettiamoci un occhio di riguardo”. Facciamo un esempio più serio. Se il prezzo a cui l’azienda che ha sede, poniamo, in Italia compra un prodotto o servizio dalla sua sede, poniamo, in Lussemburgo ha un prezzo molto più elevato dello standard di mercato… è logico pensare che la sede italiana possa agire nel suo interesse, scegliendo fornitori esterni alla multinazionale, per preservare i suoi interessi e profitti.

Fin qui la definizione classica che è adorabilmente naive nella sua applicazione efficace e corretta: è un’illusione, al pari delle sirene, della pace nel mondo, e dell’alchimia.

Qui entra in gioco il secondo fattore. “Il BEPS (base erosion and profit shifting) è una sistema di gestione fiscale spassoso, ma solo per pochi”, spiega ancora Rinaldi. “Per la maggioranza dei cittadini del mondo è una cosa noiosa, complicata: per questo se ne parla poco. Non interessa a nessuno tranne a chi la pratica. Al cuore del BEPS è la strategia di posizionare profitti in nazioni con una bassa tassazione a svantaggio di nazioni ad alta tassazione. Il BEPS abusa del concetto base del “Transfer Pricing (di qui spesso di parla di Transfer Mis-Pricing, tradotto prezzatura errata).”

Il sistema dell’elusione delle tasse è spassoso (per chi lo pratica non per chi lo subisce): trasferimento di prezzo, trasferimento di prezzo abusivo, fatture commerciali inesatte il tutto sotto l’ombrello del BPES. È una pratica creata dalle multinazionali digitali?

“No anzi è una storia piuttosto vecchiotta. Facciamo un esempio nel settore mineraio. Un settore, converremo, piuttosto antico nel suo modello di business: scava e vendi. Ora poniamo che la nostra azienda mineraria estragga 2 milioni di tonnellate di cobalto in Papua Nuova Guinea (prendiamo un esempio fittizio si intende) e decida di esportarli al valore di 5 euro a tonnellata nella sua sede delle Mauritius. In seguito lo stesso prodotto poi verrà esportato in Canada per 10 euro a tonnellata. Questo giro permette di alleggerire i profitti da dichiarare in Canada aiuta anche a evitare la tassazione in Papua Nuova Guinea dove il costo del cobalto è registrato al prezzo di 5 euro a tonnellata”, spiega ancora Rinaldi. Giusto per dare un parametro di riflessione nel 2015 il Global Financial Integrity (GFI) ha pubblicato uno studio che rivela che nel 2013 circa 1,1 trilioni di dollari sono stati rubati, circa 3 miliardi al giorno, dalle nazioni in via di sviluppo grazie al sistema di misspricing.

Il digitale

Nel modello tradizionale le interazioni nella rete di aziende interessate riguardavano beni, servizi, a cui si aggiungevano (come realtà di supporto) elementi intangibili come aspetti finanzari e software. Nell’economia digitale i dati e le informazioni possono anche essere l’unico “prodotto” che è scambiato tra le parti. Più ampio è il volume di “big data” maggiore è il valore dell’intelligence (che è di fatto uno dei principali valori del mondo digitale) che può essere generato. Si aggiunga che il trasferimento di dati non può essere catturato in un singolo flusso lineare nella catena del valore dal produttore al consumatore: è circolare e difficilmente “segmentabile” in passaggi che possano essere ricondotti ad una singola nazione. Questo flusso di dati, in continuo movimento, si trasforma in valore in differenti passaggi del flusso. Come si può accostare un tradizionale metodo di tassazione su base geografica nazionale? La circolarità dei dati genera un’ulteriore dilemma sul dove, di preciso, abbia luogo la vendita e quindi dove venga generato il valore tassabile. Pensiamo banalmente al caso Airbnb dove la sede centrale irlandese “vendeva” i suoi servizi mentre quella italiana era solo di supporto: di qui una tassazione in Italia peculiare, a cui di recente si è posta soluzione con un “dialogo proattivo (oltre 6 milioni di euro)” del gruppo di B’n’B con il fisco. Salvo casi simili di “dialogo”, che tendono ad accadere con maggior frequenza, resta sfidante comprendere quali asset divengono soggetti di tassazione e quali invece sono finalizzati ad accrescere la catena del valore senza, tuttavia, poter essere etichettati come “servizio o prodotto” venduto e quindi tassabile. Per cercare di metterci una pezza si è attivata sia la Ue che l’Ocse. Di fatto qui si tratta di modificare una serie di leggi pensate per un mondo antico (dove internet praticamente non esisteva se non nelle sue forme più primitive, pre-Social e 2008 tanto per indicare una data approssimativa).

L’Ocse si è sbattuta molto, negli ultimi anni, per capire come funziona il business digitale. Lo scopo ovviamente è semplice: capire come tassare il mondo digitale. La prima edizione risale agli inizi del 2018 con un Interim report piuttosto massiccio dove si evincono le tre caratteristiche dei business digitali.

Primo punto: esistono numerose funzioni di business e attività a livello planetario, che possono essere assimilate a operazioni nazionali ma senza la presenza fisica di un ufficio o una sede. Secondo, ci sono investimenti massicci in assetti intangibili (per esempio le proprietà intellettuali, di seguito IP). Terzo si evince l’importanza, per questi business, dei dati raccolti, della partecipazione degli utilizzatori dei servizi erogati e le sinergie che emergono tra gli utenti: effetti di network complessi, concetti legati ai prosumer, sinergie con gli IP come fonte di creazione di valore. Definiti gli aspetti salienti lo stesso rapporto chiarisce che, proprio per queste connotazioni, la tassazione è sfidante. Il tema si evolve velocemente e tra gennaio e febbraio 2019 sempre l’Ocse discute alcuni elementi interessanti per mappare una soluzione di tassazione. Primo elemento è l’allocazione dei diritti di tassazione tra differenti giurisdizioni (nel tema definito come “nexus pillar”). Secondo punto se e come sia corretto attivare una tassazione in una giurisdizione “A” su quanto fatturato dal branch di una multinazionale in caso una seconda giurisdizione “B” (dove ha sede finanziaria centrale la big data company) abbia una tassazione più bassa rispetto alla prima nazione “A” considerata (nel tema discusso come “profit allocaton pillar”).

“L’approccio esistente del’Ocse è al momento ancora lacunoso. Nel senso che la comprensione precisa della nuova economia digitale è ancora scarsa. Forse ancora più importante considerare il fattore pratico: stante la legislazione attuale (parliamo di occidente, se ci riferiamo al tema digitale) la soluzione francese è parzialmente corretta ma rudemente efficace. Sulla stessa scia si andranno a posizionare altre nazioni europee come menzionato sopra”, spiega Rinaldi.

Ma gli Stati Uniti come si comportano?

Prendiamo il caso Amazon tornato di recente alla cronaca proprio in questi mesi per una lieve incomprensione con il fisco. La IRS americana (il nostro fisco) si alza una mattina e decide di metter le mani addosso ad Amazon, che nel mondo digitale è un mago delle pratiche di gestione fiscale BEPS. Vediamo come funziona prima di tutto. Amazon ha trasferito tutti gli assetti di “proprietà intellettuali” in una compagnia chiamata Amazon Lux, dove la tassazione è molto bassa. Poi ogni volta che un’altra divisione di Amazon fa profitti mandano i profitti ad Amazon Lux, che manda loro (agli altri dipartimenti e country) una fattura per l’utilizzo del marchio commerciale “Amazon”, i software etc… In questo modo le altre divisioni (o nazioni ) di Amazon al massimo vanno in pari o perfino sono in perdita (che magari può aiutare ad avere un credito di tassazione) e Amazon Lux fa i soldi in una giurisdizione quasi a tassazione zero. Agli americani stò giro non piaceva molto. Amazon.com Inc. è stata portata in tribunale in Usa dal IRS (Internal Revenue Service) nel 2017 per discrepanze nel transfer pricing. Nel 2005 e 2006 la multinazionale ha trasferito 255 milioni di dollari (bazzecole direi) sotto forma di pagamento di royalty alla sopra menzionata Amazon Lux. Tuttavia stando alle posizioni dell’IRS questi pagamenti di royalty ammonterebbero a 3.5 miliardi di dollari (mica bazzecole). In linea teorica i sistemi di trasferimento di prezzi (transfer pricing) si suppone che segua i principi contabili e legali della nazione dove ha sede il quartier generale di una compagnia, e ogni trasferimento di prezzo dovrebbe essere controllato e registrato come se l’attività interna avvenisse tra due entità indipendenti (in gergo in inglese arm’s length). Ma alla IRS americana (dove sono molto maliziosi) emerge (secondo loro bene inteso) che il concetto di “arm’s length principle” è un poco sfuggente. Sia le ricerche dell’Ocse sopra menzionate che quelle del governo americano riconoscono che questo principio è piuttosto impossibile da implementare. Le sedi sussidiarie nei paradisi fiscali (o assimilabili ad essi per tassazione e gestione fiscale per le aziende) funzionano come canali per trasferire soldi nell’ottica di abbassare l’imponibile di Amazon. Tanto per dire qualche mese fa il Guardian scriveva che Amazon aveva fatto oltre 11 miliardi di dollari di profitti nel 2018 ma non aveva pagato tasse federali. A scanso di equivoci simili sistemi sono stati usati anche da realtà come Google usando l’Olanda al posto del Lussemburgo, Facebook e le altre big digital.

È molto probabile che una web tax europea sarà impossibile (per le suddette nazioni che hanno interesse a non farla approvare); tutti gli stati “ricchi” dove le digital company fanno i soldi veri (di certo non l’Irlanda o il Lussemburgo, considerando il numero di potenziali cittadini clienti) potrebbero tranquillamente aumentare questa tassazione sino al 10%. La ragione è piuttosto semplice: le digital company non possono andarsene. O meglio, nulla vieta a queste aziende di cessare l’attività in, poniamo l’Italia, ma siamo veramente sicuri che gli convenga? Malgrado tutto l’Europa (al cui interno ci sono mercati ricchi pensiamo alla Germania, Francia, Italia e Spagna) sono nazioni e mercati che nessuna azienda digitale può permettersi di abbandonare.

Ora resta solo da vedere se i governanti delle singole nazioni ‘ricche’ avranno l’interesse e il coraggio di elevare tasse che, una volta raccolte, potrebbero andare a beneficio dei cittadini.

 

 

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