22 Gennaio 2020

Emilia Romagna, un cambio d’epoca?

Morena Pivetti

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Molti di noi all’alba del nuovo millennio, nella notte tra il 31 dicembre 1999 e il 1° gennaio 2000, si sono chiesti, con curiosità, cosa sarebbe cambiato, quali novità avrebbero portato gli anni Duemila. Ora, all’inizio degli Anni Venti, una certezza – piccola o grande che sia – si è consolidata: che in politica è davvero un millennio nuovo, che ha portato alla ribalta leader che mai avremmo immaginato. Le vittorie di Donald Trump negli Stati Uniti, piuttosto che di Jair Bolsonaro in Brasile e, da ultimo, di Boris Johnson nel Regno Unito sono state “impreviste” nelle loro dimensioni e caratteristiche. E hanno segnato, e segnano, quelli che appaiono come veri e propri “cambi d’epoca”, piuttosto che “corsi e ricorsi” della storia come li chiamava Giambattista Vico. Più che il pendolo che oscilla tra destra e sinistra, si è imposto l’avvento di “uomini nuovi”.

Lo stesso potrebbe accadere in Italia domenica 26 gennaio. Se le elezioni in Emilia Romagna venissero vinte dalla coalizione di centro-destra – o meglio sarebbe dire da Matteo Salvini in prima persona, vista la campagna elettorale che ha condotto in queste settimane – saremmo di fronte a un cambio d’epoca. Di millennio.

Come sanno anche le pietre, dal secondo dopoguerra ad oggi, la Regione è stata ininterrottamente governata dalla sinistra, è la “Regione rossa” per eccellenza, la “Regione comunista” studiata dai politologi americani progressisti già negli anni ‘70. Nell’Ottocento terra di leghe di braccianti e scarriolanti e di cooperative di mutuo soccorso, nel Novecento irriducibilmente socialista anche nel trentennio fascista, poi in prima linea nella Resistenza.

Se “la fortezza rossa” emiliana cadrà, si produrrà lo stesso effetto di cambio d’epoca che ha investito il Regno Unito il 12 dicembre con il crollo della “red wall”, il muro rosso del Partito Laburista, il “cuore” Labour delle Midlands e del Nord dell’Inghilterra diventato inaspettatamente e a valanga “blu”, il colore del Partito Conservatore. Seggi che avevano ininterrottamente votato a sinistra dagli anni ’30 sono passati di mano e hanno porto su un vassoio d’argento a Boris Johnson un trionfo Tory già entrato nei libri di storia.

Allo stesso modo se il governatore uscente, Stefano Bonaccini, pressoché unanimemente riconosciuto come un buon amministratore, un politico che “ha fatto bene” – gli indicatori economici e la qualità della vita sono lì a confermarlo, dalla crescita del Pil e dell’export al tasso di disoccupazione, dall’internazionalizzazione dell’economia allo stato di salute delle imprese, dagli investimenti strategici in ricerca e innovazione all’eccellenza della sanità – perderà le elezioni, la sua sconfitta sarà lì a testimoniare che siamo in presenza di sommovimenti profondi, di smottamenti e crolli ben al di sotto della superficie.

Non solo nella società emiliano-romagnola, ma più in generale nel Paese. Anche perché la battaglia che si sta combattendo in queste ore è tutta politica e di valore nazionale: basta vedere come qualunque decisione importante sia sospesa, in attesa del 26 gennaio. Come lo stesso Governo trattenga il respiro, aspettando il verdetto finale.

Checché se ne dica oggi, nulla sarà più come prima, si va in terra incognita. Anche perché dopo Emilia Romagna e Calabria (che vota sempre il 26 gennaio) si andrà ad elezioni in altre sei regioni, Liguria, Veneto, Toscana, Marche, Campania e Puglia, le ultime quattro governate dal centro sinistra. Se la diga crolla in Emilia, come potrà reggere altrove? Se il sentimento profondo degli italiani dovesse essere così netto, e così schierato dall’altra parte, come potrà reggere il Governo?

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