Il Coronavirus e la “bellezza” delle tasse

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Le tasse sono una cosa bellissima, un modo civilissimo di contribuire tutti insieme a beni indispensabili”. Nel 2007, l’affermazione del Prof. Padoa Schioppa, allora Ministro dell’Economia, provocò scalpore nel mondo dei media e gli costò il biasimo di parte del mondo politico. L’affermazione del Professore sulle tasse anticipava di poco la crisi del debito sovrano e delle banche del 2008, e di tredici anni l’attuale crisi da Coronavirus, che ha dato manifestazione plastica alla teoria del cigno nero da più parti sostenuta.

 

Di fronte a tali eventi, nessuno ha avuto dubbi sul ruolo dello Stato come argine alle crisi: nel primo caso – crisi del 2008 – tale ruolo si è prevalentemente concretizzato nell’acquisto delle banche che stavano fallendo sotto il peso di attività di bilancio divenute improvvisamente inconsistenti; nella crisi attuale da coronavirus, tale ruolo ha preso il volto ed il camice del personale medico e paramedico chiamato a salvare vite umane nelle sale di terapia intensiva.

 

Quindi, a tredici anni di distanza dalle parole di Padoa Schioppa sulle tasse, caratterizzati da esperienze estreme e non facilmente prevedibili, è possibile condividere le sue parole: Le tasse sono una cosa bellissima”, laddove ci si concentri sul ruolo globale dello Stato e non sulla sua sola potestà impositiva, soprattutto quando l’utilità della spesa pubblica è chiaramente percepibile e non si nasconde tra mille interventi a pioggia.

 

A livello comunitario, conformemente alla previsione originaria di Robert Schuman, uno dei padri fondatori dell’Unione Europea, la crisi del debito sovrano e delle banche ha dato luogo al rafforzamento delle istituzioni europee tramite il trasferimento della sovranità in materia di supervisione bancaria dai paesi membri dell’eurozona alla BCE.

 

L’odierna crisi del Coronavirus ha fatto riemergere i limiti della governance economica dell’UE, che ormai somiglia sempre più ad una creatura mitologica, dotata di una politica monetaria unica e di ventisette politiche fiscali nazionali. In seno sia all’Eurogruppo, sia al Consiglio d’Europa, i paesi del Sud Europa che per primi sono stati intaccati dalla crisi sanitaria, hanno però manifestato la necessità di finanziare le spese straordinarie conseguenti a tale crisi con una politica fiscale europea unitaria. Ad esito di un dibattito anche aspro, è stato dato incarico alla Commissione di individuare delle politiche coordinate volte ad aumentare le risorse a favore delle istituzioni comunitarie presenti (Commissione EU, MES) o future (Recovery Fund), affinché queste ultime possano indebitarsi sul mercato al posto dei paesi membri, beneficiando di minori tassi d’interesse. L’odierna crisi sta determinando, seppur in nuce, la parziale cessione di sovranità alle Istituzioni comunitarie anche in materia fiscale.

 

Nel dibattito che si è sviluppato in seno al Consiglio Europeo tra i paesi “falchi” riuniti in una sorta di Nuova Lega Anseatica, è emersa la posizione oltranzista dell’Olanda, contraria a qualsiasi forma di mutualizzazione del debito dei paesi membri.

 

Grazie al modello liberale e mercantilista dell’Unione, l’Olanda beneficia di rendite di posizione fondate sullo storico inserimento nel commercio internazionale e sullo sfruttamento della competizione fiscale al ribasso tra Paesi del vecchio continente. Per tutelare questo vantaggio competitivo storico, l’Olanda ha adottato una politica apparentemente schizofrenica, ma in realtà lucida e utilitaristica. Alla severità nell’esigere il rigore dagli altri governi dei Paesi membri, non corrisponde infatti un analogo rigore nel tassare le multinazionali che utilizzano quel Paese come trampolino di lancio per trasferire in esotici paradisi fiscali miliardi di euro, che rappresentano perdite di entrate per gli altri stati membri dell’Unione.

 

Storicamente, l’infrastruttura economica olandese risale ai tempi della Compagnia Olandese delle Indie Occidentali, e si è poi sviluppata per intercettare i traffici commerciali internazionali, dando luogo ad una legislazione fiscale di favore idonea proprio ad attrarre investimenti stranieri. Alla base di questa infrastruttura è posto l’ampio volume di convenzioni contro le doppie imposizioni sottoscritte dall’Olanda con Stati esteri che le consente il trasferimento di flussi reddituali transfrontalieri (interessi, dividendi e royalties) verso paradisi fiscali, minimizzando l’onere fiscale complessivo. Tutto ciò ha consentito all’Olanda di divenire il punto d’arrivo degli investimenti esteri in Europa, specialmente da parte di multinazionali americane e, soprattutto dopo Brexit, tale ruolo potrebbe enfatizzarsi ulteriormente.

 

Un esempio aiuta a meglio comprendere quanto si sta affermando: un gruppo multinazionale canalizza le royalties relative all’utilizzo del marchio per il business europeo nell’headquarters olandese. In tal modo, la ricchezza accumulata viene poi trasferita dall’Olanda verso un paradiso fiscale (per esempio, Aruba), ancora usufruendo di disposizioni di favore di cui godono le società aventi sede nella medesima Olanda, che rendono pressoché inconsistente – o quantomeno estremamente leggero – il carico fiscale. È evidente che questo sistema – che tecnicamente si definisce di profits shifting – da un lato, riduce i profitti della consociata italiana aumentando quelli olandesi, ma soprattutto, dall’altro, genera una fortissima motivazione per tutte le imprese multinazionali a trasferire le proprie sedi nei Paesi Bassi, causando danni enormi agli altri Stati membri.

 

Tramite meccanismi di tale genere, è stato infatti calcolato che l’Olanda sottrae dieci miliardi di dollari all’anno dalla catena del valore prodotto nei Paesi dell’Unione Europea, di cui 1,5 miliardi solo all’Italia. Come corrispettivo di un danno di 10 miliardi di dollari all’anno per i membri dell’Unione europea, i Paesi Bassi raccolgono appena 2,2 miliardi di dollari aggiuntivi di imposte sulle società. Specularmente, per ogni dollaro che i Paesi Bassi ricevono grazie ai profitti spostati nel loro paese, l’Unione europea, nel suo insieme, perde quasi 4 dollari di imposte sulle società. C’è un altro dato che fotografa l’anomalia: nei Paesi Bassi le multinazionali USA presentano un ammontare di utili per dipendente pari a 575mila dollari, cioè 10 volte maggiore dell’ammontare medio che generano negli altri paesi dell’Unione Europea: 46mila dollari per dipendente in Germania, 36mila in Francia, 45mila in Italia e 34mila in Spagna.

 

Quali strumenti vi sono o potrebbero essere istituiti a livello europeo per gestire questa situazione?

 

Innanzitutto, l’ordinamento europeo si è dotato di una serie di direttive che favoriscono lo scambio automatico di informazioni fiscalmente rilevanti in merito al fine di individuare le società che presentano delle incongruità nella distribuzione della catena del valore tra il paese della produzione e quello della casa madre o tra quest’ultimo ed il paese di sbocco sul mercato.

 

Vi sarebbero poi due strumenti che potrebbero essere istituiti a livello comunitario: uno, che potremmo definire quasi provocatorio, è costituito dall’abolizione dell’imposta sulle società in ambito europeo, ciò che comporterebbe però il raddoppio delle tasse sulle persone fisiche, sulle quali sarebbe spostato tutto il carico impositivo. Tale ipotesi risulterebbe di difficilissima attuazione per evidenti ragioni elettorali. Il secondo – e appare essere la soluzione preferibile – rimane la proposta di direttiva per una base imponibile consolidata comune per l’imposta sulle società (Common Consolidated Corporate Tax Base – CCCTB) nell’ambito dell’Unione Europe la cui prima proposta è stata presentata dalla Commissione nel 2011. La proposta, ancora all’esame del Consiglio, mira a fornire alle imprese un insieme unico di norme in materia di imposta sulle società per operare in tutto il mercato unico, con ciò invalidando gli effetti delle politiche di trasferimento del valore verso paradisi fiscali interni alla UE, come l’Olanda negli esempi precedenti. Tale proposta è stata individuata tra le priorità nel programma della Commissione von der Leyen, ma tale obiettivo presenta molte insidie politiche a causa delle resistenze dei Paesi che attualmente ne traggono un beneficio diretto, anche alla luce della unanimità richiesta per l’approvazione di riforme in ambito fiscale.

 

Il problema delle tasse e dell’evasione fiscale è presente anche, e soprattutto, al di fuori dei confini dell’Unione Europea. A tal riguardo, l’OCSE ha elaborato nel 2013 un esteso progetto definito Base Erosion and Profit Shifting (BEPS) composto da 15 azioni, i cui effetti non possono ancora essere completamente apprezzati, e sta ora lavorando ad una proposta in attuazione della prima di queste azioni (relativa all’economia digitale) composta da due Pillar di cui: il primo (c.d. unified approach) mira a determinare l’allocazione tra i diversi Stati del reddito complessivo delle imprese multinazionali con un business c.d. customer facing secondo criteri più diretti. L’obiettivo di tale intervento è quello di allocare una quota maggiore della base imponibile – e quindi di ricchezza, sotto forma di imposte pagate – verso i Paesi di distribuzione rispetto a quelli in cui sono detenuti (sovente solo formalmente) i cosiddetti intangible assets (marchi, brevetti, licenze etc.); il secondo pillar (c.d. GloBE) individua invece un livello di tassazione minima per le imprese appartenenti a un gruppo multinazionale che dovrà essere soddisfatto in tutti i Paesi in cui il gruppo opera. Tali proposte consentirebbero una più equa distribuzione della ricchezza fra i vari Paesi interessati.

 

È auspicabile che il disperato bisogno della liquidità necessaria per impostare il rilancio delle economie dopo la crisi sanitaria in corso, sia d’impulso all’adozione di questi nuovi strumenti normativi che determineranno, per l’appunto, una redistribuzione della catena del valore e delle connesse basi imponibili auspicabilmente dai Paesi che fungono da meri intermediari a quelli dove viene svolta un’attività economica effettiva. Si comprende, pertanto, che il problema delle tasse e della lotta all’evasione si interseca con il più ampio problema della formazione di un nuovo paradigma del commercio internazionale, che è causa dell’attuale battaglia commerciale tra USA e Cina, oltre che con le regole fondamentali di attribuzione della potestà impositiva.

 

La drammatica attualità della crisi del coronavirus è sotto gli occhi di tutti, le soluzioni più lineari sono già ben note ai legislatori dei vari Paesi, ma solo con scelte oculate di lungo periodo potremo accorgerci che, realmente, “ … le tasse sono belle”.

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