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Decreto rilancio: le misure ci sono, il tempo no

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Le misure ci sono. Forse sono anche troppe. Ma non c’è una categoria o un settore che non lamenti perdite e che non abbia bisogno di sostegno. La scelta fatta con il decreto rilancio di intervenire con un provvedimento enorme nella sua portata economica e anche nella sua composizione espone al rischio di una ennesima moltiplicazione di norme, con un percorso parlamentare per la conversione che si annuncia difficile e sicuramente scandito dalla solita pioggia di emendamenti. Ma l’alternativa non sarebbe stata politicamente e socialmente sostenibile: fare la scelta di procedere per provvedimenti specifici avrebbe creato una gerarchia di necessità, che avrebbe messo una categoria prima dell’altra, un settore prima dell’altro, creando una folla di delusi in una situazione in cui la delusione corrisponde per tanti alla disperazione. Il governo, da questo punto di vista, ha fatto quello che poteva fare.

 

Restano però due temi di fondo, sostanziali. Il ritardo accumulato si traduce in una inesorabile compressione del tempo a disposizione per rendere efficaci le misure approvate. Ogni giorno che passa vuol dire imprese che chiudono e posti di lavoro che si perdono. Lo sforzo di semplificare le procedure, di adottare strumenti straordinari capaci di accorciare le distanze tra la decisione e la sua realizzazione concreta, che pure è rintracciabile nelle intenzioni di chi governa, non basta. Quello che sulla carta può anche funzionare trova puntualmente un intoppo il giorno dopo, quando troppi soggetti e troppi documenti iniziano a complicare le cose. Fino a rendere inutili le buone intenzioni.

 

La complessità della situazione deriva dal saldo squilibrato tra la mole di danni prodotti dalla diffusione dell’epidemia del Coronavirus e la capacità di dare risposte rapide a tutti i problemi che si sono creati o, in molti casi, amplificati perché già presenti prima dell’arrivo del virus. Ci sono tantissime imprese e attività che sono arrivate all’appuntamento con la peggiore crisi dal Dopoguerra già in condizioni precarie, così come ci sono tantissime persone già in difficoltà prima che il Coronavirus ne complicasse la già arrangiata sussistenza. Per questo, il tempo per molti è già scaduto.

 

L’altro tema, strettamente connesso, riguarda il tempo perso dalla politica. Le dinamiche che in tempi normali possono essere anche fisiologiche, oggi diventano uno dei principali ostacoli alla soluzione dei problemi. La contrapposizione di misure di bandiera, la dialettica fatta di fronde e agguati, di truppe allineate dietro gli interessi di piccoli leader, sono la rappresentazione di una classe politica che non riesce a fare l’unica cosa realmente utile: lavorare senza sosta per cercare di cogliere le poche possibilità che restano per non venire travolti.

 

Servirebbe la lungimiranza per capire che si può arrivare fuori dall’emergenza solo con un impegno condiviso. Invece, il tempo scorre di fronte alla surreale battaglia del Mes, al tira e molla sulla regolarizzazione dei migranti, in attesa del prossimo ostacolo che servirà a marcare una distanza, a circoscrivere un recinto, a contarsi. I partiti, di maggioranza e opposizione, si dice, esistono per trovare consenso. Ma anche la ricerca dei potenziali elettori perde di senso se sono ridotti alla fame.

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