21 Maggio 2020

Essere sostenibili per creare valore, il capitalismo secondo Nativa

Maria Elena Molteni

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(Luxury and Finance) – Il modello economico che ci ha portato dove siamo ora, non è lo stesso che ci può mantenere dove siamo o ci può traghettare nel futuro. Siamo nel mezzo di un guado. E’ indispensabile che le aziende mettano la creazione di valore condiviso a fondamento di tutte le loro scelte. Diventerà sempre più difficile prosperare per quelle realtà che non lo faranno. L’emergenza sanitaria lo ha reso più che mai evidente. Ne sono certi Eric Ezechieli (nella foto a sinistra) e Paolo di Cesare, fondatori di Nativa, prima Società Benefit in Europa e la prima Certified B Corporation in Italia: “le aziende con una vocazione alla sostenibilità ragionano sempre in termini di interdipendenza, con l’obiettivo di creare valore per sé e per tutti gli stakeholder, per l’ambiente sociale e per quello naturale”.

 

La diretta conseguenza è che “nel momento in cui le cose diventano più difficili, si trovano a essere parte di un ecosistema che è più propenso a collaborare”. Non è un tema di ‘costo della sostenibilità’, perché la verità, quello che sta emergendo, è che “è costoso non essere sostenibili”. Siamo in una fase di crisi, di emergenza, di economia di guerra in cui tutto può valere, ma è fondamentale ora “impostare le regole di quello che verrà dopo” spiegano Ezechieli e Di Cesare. “Se sbagliamo in questo frangente non facciamo altro che creare le precondizioni o addirittura assicurarci problemi più gravi o insolubili in futuro. Parliamo di clima, di disuguaglianze, di inquinamento. Mettere le persone e gli equilibri naturali al centro come pre-requisiti non negoziabili sono i principi che dovranno guidare le scelte per il futuro”.

 

Allora bisogna innanzitutto iniziare a ragionare non sul breve termine, ma sul lungo medio. Basterebbe pensare alla differenza tra un’azienda che ogni tre mesi deve presentare i risultati finanziari, con tutto quel che comporta, rispetto ad una che sta lavorando da anni, ad esempio, con i medesimi fornitori. Il fatto di garantire loro un rapporto nel lungo periodo porta come conseguenza che nel momento in cui si devono affrontare delle difficoltà, ci si sostiene: “le filiere più sostenibili si sono unite e hanno privilegiato l’ordine di quell’azienda con la quale hanno un rapporto da anni. Questo, al di là dell’intenzione, è la finalità di un processo il cui valore lo si scopre poi soltanto quando avvengono crisi come quella attuale”. Insomma, attivare valori di resilienza e sostenibilità sul cliente, sulla governance, sulle persone che lavorano, sulla relazione con la comunità dei fornitori significa attivare processi completamente diversi da coloro che ragionano sull’urgenza.

 

“Le società quotate – sottolineano – inevitabilmente incontrano una difficoltà in più, dovendo rispondere a determinate regole, ma è altrettanto vero che c’è chi riesce a giocare entrambe le partite: da una parte si attrezza per dare risposte trimestrali, dall’altra mette a punto un piano strategico di lungo termine, serio, credibile che mette in evidenza, alla pari dei dati finanziari”.

 

E tra gli ecosistemi che hanno meglio risposto all’emergenza determinata dal coronavirus, sicuramente si possono annoverare il food e il farmaceutico, pur essendo molto diversi. “Il primo ha dimostrato una capacità di reazione immediata. Ci sono stati momenti molto duri, in particolare nei primi giorni, ma grazie alla collaborazione tra grandi o medie aziende che hanno lavorato con i distributori, con i fornitori, con gli operatori logistici, i cittadini non hanno subito alcuno scossone”. Medesimo discorso per il farmaceutico sanitario che “ha avuto una resilienza, una forza di adattamento incredibile. E la capacità di mettere in piedi protocolli di sicurezza quando ancora, a marzo, non c’erano i riferimenti normativi, con una importante assunzione di responsabilità”. In particolare poi le B Corp, le 100 italiane e le migliaia a livello internazionale, hanno sperimentato concretamente le loro best practice “con un livello di perfezione assoluta e si sono messe a disposizione affinché altre aziende non dovessero cominciare da zero” evidenziano i fondatori di Nativa. Questa conoscenza che viene messa a disposizione e distribuita è proprio l’interdipendenza, l’essere sicuri che solo attraverso il lavoro comune si possano effettivamente superare non solo questo ostacolo ma anche le grandi sfide di questo secolo.

 

Posti determinati principi, essi possono essere applicati a moltissimi ambiti. Moda e finanza comprese. La prima, l’industria della moda, è considerata la seconda più inquinante del pianeta. “Ciò non toglie però che ci siano molte aziende molti brand che hanno da tempo capito e stanno cercando di modificare le regole del gioco, non soltanto attraverso la loro esperienza, ma anche cercando di parlarne in modo da influenzare e ispirare altre azienda comportarsi in modo simile”. Un esempio? Save The Duck che è una B corp, ricordano De Cesare e Ezechieli.

 

“Il momento particolare ha impattato soprattutto su quelle aziende che hanno canali di vendita fisici, ma anche una moltitudine di collezioni all’interno dell’anno. Armani – fanno presente – ha criticato se stesso e il suo mondo per avere introdotto troppe collezioni. Una stagionalità che richiede ritmi elevati, laddove le settimane di blocco e chiusura hanno determinano l’esplosione di queste dinamiche. Tutto questo farà riflettere molto su certe deformazioni. Ce le aspettiamo. C’è un superfluo che sta emergendo: anche noi consumatori abbiamo compreso di non avere bisogno di troppe cose. Il comparto si dovrà ripensare, perché i consumatori faranno salti logici – forse li hanno già fatti – che cambieranno le nostre abitudini”. Più qualità e meno quantità, dunque. Questo l’orizzonte entro il quale la moda dovrà ripensare se stessa.  Dovremmo iniziare a considerare un processo di acquisto alla stregua di un voto, suggeriscono: “inevitabilmente ci sarà sempre più propensione a votare quelle realtà che concretamente dimostrano di essere più virtuose”.

 

Altro campo la finanza. Sempre più green. “Quello che sta emergendo, e non ci ha sorpreso, dai più grandi gestori, come Blackrock e Amundi, è che gli asset sostenibili stanno performando meglio. Perché? Perché sono aziende che da tanti anni pensano al futuro e pensano alla interdipendenza, fanno fronte comune rispetto al sistema complesso di cui fanno parte”. E l’evidenza numerica lo sta dimostrando. “Blackrock non ha spostato di una virgola il proprio commitment alla sostenibilità come principale criterio di investimento, anche negli anni a venire” rammentano i fondatori di Nativa. Significa investimenti in grado di risparmiare  risorse, che abbiano attenzione alle persone, all’impatto sociale . Tutto diventa parte della nuova definizione di qualità di una azienda o forse la nuova definizione di capitalismo”. Resetting capitalism.

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