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5 Giugno 2020

Perché la rivolta Black Lives Matter sta bruciando i negozi di streetwear

Carlotta Balena

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Gli Stati Uniti (e non solo) sono in fiamme. La miccia è stata un 25 maggio a Minneapolis, in Minnesota, quando l’agente di polizia Derek Chauvin ha arrestato e ucciso George Floyd. Floyd era stato fermato dopo aver acquistato un pacchetto di sigarette. Il tabaccaio ha pensato che la banconota usata da Floyd fosse contraffatta ed è intervenuta la polizia. Un video spietato ha ripreso la scena: l’agente ammanetta e atterra Floyd, premendo il ginocchio sul collo dell’uomo per quasi 9 minuti, nonostante questo dicesse “I can’t breathe”, “non riesco a respirare”. Floyd non ce l’ha fatta: morto per asfissia un giorno che era andato a comprare le sigarette.

 

La morte di Floyd è diventata il simbolo di un problema che persiste ancora negli Usa: l’odio a sfondo razziale, l’ennesimo abuso di potere da parte della polizia contro gli afroamericani. Le proteste da parte del movimento #BlackLivesMatter (nato nel 2013 in seguito all’uccisione del 17enne Trayvon Martin da parte di una guardia civile) si sono accese, letteralmente: le proteste si sono allargate a tante altre città degli Usa, sono stati dati alle fiamme commissariati di polizia,  ma non  solo. Anche ristoranti e negozi. 

 

Le violenze si sono dirette specialmente contro una determinata categoria di negozi: quelli che vendono sneakers e streetwear, cioè abbigliamento sportivo, “da strada”, quello che si identifica con la cultura hip-hop ma che negli ultimi anni ha contagiato il settore del lusso, imponendo la moda delle scarpe sportive – le sneakers -, dei loghi a vista, dei colori sgargianti. Che è stato protagonista di un mercato nuovo, quello fatto di edizioni limitate e di reselling, cioè di rivendita sul mercato secondario. Un gioco: i nuovi modelli di scarpe escono in un numero limitato, c’è l’attesa per il giorno del “drop” cioè del lancio. Chi riesce ad acquistare a prezzo di listino (tirando l’alba davanti alla vetrina del negozio chiuso, o addirittura vincendo lotterie online) se le rivende sui siti nati all’occorrenza, a un prezzo tre-quattro-cinque-venti volte più alto (ne avevamo parlato qui). 

 

Come ogni rivolta, i danni collaterali erano prevedibili. Ma forse nessuno si aspettava la rabbia contro questo gruppo di commercianti, che hanno iniziato a chiedersi come mai fossero arrivati improvvisamente al centro della rabbia. Boutique di streetwear blasonate negli Usa come Round Two, Flight Club, Undefeated, UNION, RSVP Gallery, Fat Tiger Workshop, sono state devastate e svaligiate. Sui social hanno iniziato ad alzarsi le voci, una su tutte: quella di Virgil Abloh, il fondatore di Off White, l’enfant prodige di Louis Vuitton, il primo designer afroamericano a esser stato messo a capo del gigante del lusso francese. Quando la maison ha designato Abloh direttore creativo nel 2018 – lui che aveva collaborato con il cantante Kanye West e con Nike – tutti lo hanno visto come un pioniere, un momento in cui lo spirito della strada conquistava le passerelle e il mondo elitario della moda, dove i volti e i talenti degli afroamericani hanno sempre faticato ad accedere, finalmente si apriva. Ma in questi giorni di proteste Abloh ha assunto posizioni controverse, come ha raccontato bene il New York Times parlando di “Blacklash”, di contraccolpo Abloh. Il designer, infatti, ha preso le difese dei negozi di streetwear devastati, prendendosela sui social con una comunità che si era “rivoltata contro” chi ha sempre sostenuto le sue stesse istanze. 

 

Alcuni hanno visto nostalgia nei post di Abloh, altri una grande ipocrisia. Se da una parte i negozi devastati hanno fatto la storia dello streetwear e sono il simbolo di un tempo precedente alla smania del reselling e soprattutto precedente al momento in cui il mondo del lusso, che lo aveva sempre ignorato, se n’è appropriato, dall’altra Abloh è stato accusato di non aver mosso un dito per supportare la causa del BlackLivesMatter. In particolare, nel momento in cui Abloh ha detto di aver donato 50 dollari come supporto alle spese legali degli arrestati durante le proteste, molti hanno sottolineato come sull’e-commerce del suo brand, una borsa o una semplice felpa costino molto molto di più. Lo streetwear si è gentrificato e Abloh è dentro quella gentrificazione con tutte le scarpe (letteralmente). Come ha sottolineato il magazine di settore Highsnobiety, ormai questo è un mondo in cui un paio di sneakers indossate da Michael Jordan sono battute all’asta per mezzo milione di dollari e una t-shirt del brand Supreme viene rivenduta a un prezzo aumentato del 900% rispetto al cartellino di vendita: ecco perché i negozi vengono incendiati, dunque. Le proteste sono contro questa speculazione economica che non è solo un fatto di vestiti e di moda, ma di persone, linguaggi e appropriazione culturale.  Lo streetwear originario – fatto di dissenso e ribellione – stride con le aste, le co-lab con i marchi di lusso, le felpe da 2 mila dollari. Le sneakers ormai sono comparabili ad azioni di borsa, che si comprano e vendono a seconda del mercato. C’è anche un sito specifico che monitora le fluttuazioni delle valutazioni, si chiama StockX ed è l’unità di misura per chi naviga questo mondo, che è arrivato a valere 6 miliardi di dollari. 

 

In sintesi: le proteste contro l’odio razziale hanno sollevato istanze che hanno coinvolto il mondo di tutte le aziende della moda che oggi riempiono i loro account su Instagram di pagine nere, frasi a effetto, slogan di supporto. Personaggi che si stanno schierando – sembra che tutti ora si stiano schierando – ma che nei fatti negli anni hanno fatto poco o niente. Alla lettera della direttrice di Vogue America Anna Wintour che si è rivolta direttamente ai politici democratici, molti sui social hanno risposto ricordandole come le modelle e i fotografi afroamericani siano stati esclusi dalle copertine, dai servizi, dalle firme del suo giornale fino a pochi anni fa. Quello che chi protesta sta chiedendo al mondo del fashion business è in fondo solo un po’ di coerenza. 

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