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Stati generali, sono fragili anche le promesse

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C’era il rischio che gli Stati generali dell’economia fossero solo una passerella, uno show mediatico. Non sono stati neanche quello. I dieci giorni di Villa Pamphili sono andati oltre le peggiori previsioni. E, a questo punto, l’unica considerazione che resta sul tavolo è quella che anche il più acerrimo nemico del premier Giuseppe Conte avrebbe voluto lasciare nel cassetto: questo governo non sa cosa fare.

 

La conferenza stampa del premier che ha chiuso i lavori lascia interdetti per una serie di ragioni. I contenuti che non ci sono, neanche sotto forma di titoli e date plausibili; le repliche approssimative alle critiche che inevitabilmente hanno scandito dieci giorni di incontri; l’ammissione di impotenza di fronte a una ripartenza che non c’è; l’incapacità di indicare un percorso, una prospettiva, che possa almeno mettere in secondo piano le continue fibrillazioni nella maggioranza e nelle forze politiche che la compongono.

 

Sono fragili persino le promesse che, in casi come questi, rappresentano l’ancora a cui aggrapparsi. Il taglio dell’Iva è una suggestione che costa più di quanto sia possibile immaginare spendere anche in una fase come questa, con la spesa pubblica dichiaratamente fuori controllo. Il nuovo scostamento di bilancio, inevitabile, non viene quantificato ne’ collocato nel tempo. Ci sarà, perché agire in deficit per chiudere le falle da cui la barca perde acqua è ancora l’unica opzione concreta. I voucher per le donne che aspirano a diventare manager sono una mossa illuminata che nella situazione in cui siamo diventa un esercizio di stile. Il dossier Autostrade si arricchisce dell’ennesima mezza risposta che rimanda le decisioni a tempi migliori.

 

Ci sono due frasi di Conte che aiutano a sintetizzare le falle dell’operazione anche sul piano della comunicazione. “Non ci siamo chiusi affatto. Anzi ci siamo aperti al mondo della cultura e alla società civile”, dice, per rispedire al mittente la contestazione che è arrivata dall’opposizione, per un verso, e dalla stampa, unica componente esclusa per convinta determinazione di chi ha ideato la kermesse Stati generali, per un altro verso. L’altra frase, “Non basta fare le riforme, dobbiamo reinventare il Paese che vogliamo”, sembra il titolo ideale per un libro dei sogni. Nella forma e nel merito, i dubbi di dieci giorni fa trovano purtroppo una serie di conferme.

 

Negli ultimi dieci giorni, mentre il governo era impegnato negli Stati Generali, altre attività hanno capito di non poter ripartire, altri lavoratori hanno capito che difficilmente potranno tenere il loro impiego. Gli studenti hanno continuato a non sapere come potranno tornare a scuola. Il mondo fuori da Villa Pamphili pretende risposte che non arrivano. E la distanza fra quello che si dice in una conferenza stampa e quello che succede nella realtà diventa sempre più evidente.

 

 

 

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