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5 Agosto 2020

Autostrade, il rilancio di Atlantia è un azzardo?

Fabio Insenga

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Quando cambiano le carte sul tavolo, c’è sempre più di un motivo che spinge a farlo. Quando succede in un dossier spinoso come quello Autostrade, e dopo un accordo faticosamente raggiunto a valle di un negoziato teso, l’analisi non si può fermare solo all’evidenza dei fatti. Ma è da qui che bisogna partire. Le decisioni assunte ieri dal cda di Atlantia, comunicate in una lettera a Palazzo Chigi, al Mef e al Mit e per conoscenza a Cassa Depositi e Prestiti, cancellano gli impegni presi dalla stessa Atlantia e da Aspi il 14 luglio scorso. Prima si ragionava su un meccanismo con una scissione proporzionale, un aumento di capitale riservato a Cdp e l’ingresso di nuovi soci, con risorse da riservare agli investimenti e al ripianamento del debito, e una successiva quotazione. Ora, due diverse proposte che prevedono da una parte un processo di vendita competitivo, al quale Cdp potrà partecipare, oppure un processo di scissione con la creazione di una società da quotare creando una public company.

 

Cosa è successo in poco più di quindici giorni? Evidentemente, abbastanza per cambiare improvvisamente rotta quando le discussioni per arrivare all’implementazione dell’accordo erano in corso, seppur complicate da punti di vista e interessi contrapposti.

 

Ci sono diversi piani che si intrecciano. Quello politico, quello finanziario e anche quello mediatico.

 

La decisione di Atlantia consente di prendere tempo, cercando condizioni che consentano di massimizzare il profitto per la cessione della partecipazione detenuta in Aspi. Ma se cercare di alzare il prezzo di qualcosa che si vuole vendere è un obiettivo comprensibile, a maggior ragione per una società quotata, non sfugge la coincidenza temporale con l’inaugurazione del nuovo Ponte di Genova. E anche le valutazioni sulla tenuta della maggioranza e del governo finiscono per essere fattori da tenere in considerazione. Concorrono a spiegare perché si sia arrivati alla decisione di effettuare un rilancio che potrebbe rilevarsi una mossa vincente ma anche un pericoloso azzardo.

 

Sul piano finanziario, il quadro cambia radicalmente. Prima Cdp partecipava a un’operazione messa in sicurezza da un percorso ben delineato, che presentava incertezze sul piano temporale, ma che era accompagnato da garanzie tali da non rappresentare un problema per la tipologia di investimenti consentiti dallo Statuto. Oggi, il nuovo schema proposto da Atlantia circoscrive per la Cassa un ruolo diverso: può partecipare, insieme ad altri investitori istituzionali, a una vendita dell’intera quota dell’88% detenuta da Atlantia in Aspi. Soprattutto, non c’è più il percorso che consentiva l’apporto di nuove risorse da destinare a finanziare il piano di investimenti sulla rete autostradale. Non solo. L’altro tema decisivo è quello della manleva legale. Aveva impegnato duramente i negoziatori nella lunga notte di Palazzo Chigi e oggi, per quanto è possibile capire, esce di scena. Atlantia non vuole concedere la manleva che abitualmente accompagna le operazioni di M&A. E questo, considerando le vittime e gli strascichi giudiziari del crollo del Ponte Morandi, non può essere considerato un elemento accessorio.

 

A questo punto, il piano politico e quello finanziario diventano contigui con quello mediatico, con le scelte che farà il governo anche sul piano della comunicazione. Se Cdp resta uno strumento che, a determinate condizioni, si mette al servizio della politica economica, la risposta di Palazzo Chigi misurerà la dimensione dello scontro in atto. I fatti dicono che l’accordo raggiunto per scongiurare la revoca della concessione non c’è più. I prossimi passi dipendono dalla capacità e dalla volontà dei giocatori intorno al tavolo di far valere le carte a propria disposizione.

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