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Una recessione al femminile: perché il Covid penalizza di più le donne

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L’emergenza Covid-19 sta penalizzando soprattutto le donne. Sul lavoro, dove, secondo l’Istat, nei primi sei mesi dell’anno il tasso di occupazione femminile è sceso di 2,3 punti percentuali, attestandosi al 48,4%, contro il 66,6% dell’occupazione maschile, scesa nello stesso periodo di 1,6 punti: il divario di genere nell’occupazione più ampio d’Europa. E in casa, dove il carico di lavoro legato alle incombenze domestiche e alla cura dei figli ha finito ancora una volta per pesare più su loro che sugli uomini.

 

Il tema è stato al centro dell’e-talk ‘E pur si muove’ che si è svolto il 15 dicembre, nell’ambito del ciclo di incontri Most Powerful Women (MPW) di Fortune Italia. A moderare il dibattito, dedicato al modo in cui donne e uomini stanno affrontando la pandemia e alle possibili soluzioni per un ecosistema più inclusivo, la giornalista del Tg1 Alma Maria Grandin. Ha parlato di una “recessione al femminile” Paola Profeta, Professor of Public Economics all’Università Bocconi. “Dal punto di vista del mercato del lavoro l’impatto della pandemia andrà a ricadere soprattutto sulle donne, e lo stiamo già vedendo. Questo si sta configurando in una situazione con divari di genere già piuttosto accentuati come quella del nostro Paese, dove prima della pandemia il tasso di occupazione femminile era al di sotto del 50%, dietro solo a Grecia e Malta”.

 

Le donne, ha ricordato Profeta, sono anche i soggetti più vulnerabili sul mercato del lavoro, in quanto spesso occupate a tempo parziale. “Quando c’è una crisi, in genere i soggetti più vulnerabili sono quelli che soffrono di più. Il problema è che questa crisi, a differenza di quella finanziaria del 2008, coinvolge soprattutto le donne perché va a colpire quei settori, come ad esempio i servizi, dove le donne sono più occupate. Oggi la maggior parte dei lavori persi sono quindi di donne e questo è molto preoccupante, soprattutto nel nostro Paese”.

 

Da un altro studio, condotto dalla Bocconi in collaborazione con il Collegio Carlo Alberto di Torino, è emerso che il Covid ha peggiorato la situazione delle donne anche tra le mura domestiche. “Hanno lavorato di più da casa rispetto ai loro partner – ha detto Profeta – ma durante il lockdown il carico extra di lavoro familiare legato alla chiusura delle scuole, alla mancanza del supporto dei nonni e ad altro, si è ripartito in maniera non bilanciata”. Secondo la ricerca, infatti, il 66% delle donne dichiara di avere svolto più lavoro domestico rispetto al periodo precedente alla pandemia rispetto al 40% degli uomini. Idem per la cura dei figli: più del 60% delle donne intervistate ha dichiarato di avere svolto più lavoro, mentre per i maschi la percentuale si attesta intorno al 50%.

 

Il lavoro a casa è ricaduto più sulle donne che sugli uomini, un dato confermato anche da altri studi su Spagna, Regno Unito e altri Paesi europei”, ha rilevato Profeta, ricordando che questo ha ricadute negative anche sul mercato del lavoro e sul benessere, perché “quando il lavoro domestico e la cura dei figli sono più bilanciati c’è anche un più elevato tasso di occupazione femminile, in particolare delle madri, e un migliore tasso di fecondità”. Dati che contrastano con quanto osservato prima della pandemia, quando lo smart working aveva favorito un bilanciamento dei ruoli e dei compiti domestici tra uomini e donne. Un effetto, secondo Profeta, legato all’emergenza, e destinato a rientrare “se il lavoro flessibile sarà una tendenza di lungo periodo”.

 

Per Monica Parrella, Presidente del Board di MPW, “gli effetti della crisi, che ha impattato molto più sulle donne che sugli uomini, andranno oltre questo momento di emergenza e quindi occorre controbilanciarli. Nel Piano nazionale di ripresa e resilienza dell’Italia in fase di elaborazione ci sono risorse ingenti per la parità di genere, 4,2 mld, e sarà importante che gli obiettivi legati all’occupazione femminile vengano realizzati nei tempi previsti, utilizzando tutte le risorse a disposizione”.

 

I dati ci dicono che “chi davanti alla crisi aveva lanciato subito l’allarme sul rischio di un’ulteriore ampliamento del divario di genere aveva ragione, purtroppo è quello che è successo,” ha affermato Maura Gancitano, scrittrice, filosofa e fondatrice Progetto Tlon. “Si è creato un carico di lavoro, mentale, psicologico, emotivo e anche economico molto difficile per le donne. Ci sono tantissime donne che in questi mesi hanno perso il lavoro e tante donne single che hanno grandissime difficoltà economiche nel mantenimento dei propri figli. Queste donne hanno delle risorse enormi, perché riescono ad andare avanti nonostante tutto. Ma questo non è positivo. Perché le donne devono faticare tanto? In realtà è un grandissimo problema, perché significa che se ci fossero le risorse per rispondere alle esigenze delle donne noi potremmo avere un Paese completamente diverso e una crescita del Pil molto più forte”.

 

Diverso anche il modo in cui uomini e donne hanno reagito alla pandemia. “In questi mesi le donne hanno preso più seriamente il Covid rispetto agli uomini: temono di più la pandemia, sono più d’accordo con le misure di salute pubblica prese dalle autorità e sono più ligie nel seguire le regole”, ha detto Vincenzo Galasso, Professor of Economics all’Università Bocconi, illustrando i risultati dello studio ‘Differenze di genere nel Covid-19’ condotto dalla Bocconi attraverso due inchieste campionarie condotte a marzo e aprile. “Una differenza di genere forte nei comportamenti e nelle attitudini nell’affrontare la pandemia – ha aggiunto Galasso – che è stata confermata anche da studi analoghi condotti in Francia, Germania, Inghilterra e Stati Uniti e che probabilmente è destinata a rimanere anche nei prossimi mesi”.

 

I dati della Bocconi, per Alessandra Carè, Direttrice del Centro di Medicina di Genere dell’Istituto superiore di sanità, “mettono in evidenza come in ogni situazione le donne affrontano le difficoltà della vita in un modo importante: hanno accumulato in anni di cultura che le hanno messe in maggiore difficoltà rispetto agli uomini, sviluppando questa capacità di andare avanti comunque”. In generale, ha proseguito Carè, le donne “sono più attente, sono loro che ad esempio in famiglia portano il marito e i figli all’attenzione del medico, seguono le vaccinazioni, si occupano in generale della salute”.

 

Alla luce delle maggiori difficoltà derivanti dalla pandemia, ha ricordato l’esperta, occorre prestare un’attenzione particolare alle situazioni di stress che le donne possono vivere in questa fase perché dalle ricerche emerge che ci sono “tante differenze importanti tra donne e uomini associate alle patologie infettive, tumorali, cardiovascolari”. Al riguardo “una cosa importante che va messa in evidenza è la differenza nei sintomi associati all’insorgenza di un infarto: in generale nelle donne manca il classico dolore al braccio sinistro, più spesso i sintomi sono associati a dolori dell’apparato gastrico, e per questo al pronto soccorso vengono mandate in gastroenterologia, perdendo tempo prezioso. Non a caso le malattie cardiovascolari sono una delle prime cause di morte della donna”. Un esempio, ha concluso Carè, che dimostra come occorra avere “una maggiore attenzione alle differenze di genere, come previsto anche da una legge introdotta nel 2018, perché non sempre lo stesso approccio va bene sia per gli uomini che per le donne”.

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