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Il welfare aziendale cresce, nonostante la politica

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La legge di Stabilità ha dimenticato il welfare aziendale. Tra i vari emendamenti sul tema del welfare aziendale ne erano ‘sopravvissuti’ solo due, poi bocciati al momento della redazione del testo definitivo. Si trattava degli emendamenti relativi alla mobilità per i dipendenti e la proroga anche al 2021 dell’aumento del tetto dell’esenzione fiscale dei fringe benefit (deciso come misura straordinaria ad agosto 2020) da 258,23 euro a 516,46 euro. Abbiamo chiesto che cosa ne pensa a Emmanuele Massagli, presidente (appena rinnovato a metà dicembre) di Aiwa, l’associazione del welfare aziendale che associa più di venti tra i maggiori provider.

 

Massagli, il 2021 parte male per il welfare aziendale? La legge di bilancio lo ha dimenticato?

 

Attenzione! Scindiamo le due dimensioni. L’andamento positivo o negativo del welfare non dipende dalla legge o dalla politica. Il welfare aziendale è una delle più compiute evoluzioni nel cambiamento della natura dei rapporti di lavoro dagli anni Novanta in poi. La regolazione moderna nasce dalla straordinaria funzione assunta dal welfare aziendale nella gestione delle persone in azienda dalla crisi del 2008 in poi. Come allora, anche in questa crisi il welfare aziendale è cresciuto. Non ancora del tutto come numeri forse, ma come maturità e centralità nel rapporto tra dipendenti e imprese certamente. La seconda dimensione è quella della politica, che ancora non ha capito questo istituto e continua a perdere occasioni per strutturarlo e liberarne l’enorme potenziale di crescita. Abbastanza stupefacente in questo senso l’assenza della conferma dell’ampliamento della soglia economica dei cosiddetti “flexible benefit” sia in legge di Stabilità che nel decreto Milleproroghe, nonostante le pubbliche promesse in questo senso dei Ministeri competenti. Nelle leggi di fine anno è stato trovato spazio per tante ‘mancette’, ma non per norme strategiche come questa, tra l’altro poco costosa (non più di 20 milioni).

 

C’è spazio per recuperare?

 

C’è tempo per recuperare certamente, anche perché intanto il welfare aziendale evolve e diventa sempre più sociale. È proprio questa natura sociale del welfare aziendale che deve essere compresa e valorizzata dal Legislatore. Quel che occorre sono politici che ne comprendano funzioni e finalità, parlando con le aziende, i consulenti del lavoro, i sindacati, i provider. Basta un serio dialogo con la realtà per comprendere gli spazi di miglioramento del welfare aziendale.

 

Qual è il ‘sentiment’ di Aiwa sul mercato del welfare aziendale dopo l’assemblea di metà dicembre?

 

E’ stata una assemblea importante perché di chiusura del nostro primo triennio di azione. Si è trattato di un mandato ‘sperimentale’: volevamo verificare se una associazione come Aiwa avesse senso, rispondesse a un bisogno reale. Abbiamo scoperto che è ancor più strategica di quel che avevamo immaginato a gennaio 2017, quando venne costituita. Lo dimostrano i nostri dati: il numero dei soci è cresciuto del 110%, abbiamo censito quasi 300 apparizioni sulla stampa, siamo diventati l’interlocutore tecnico di Camera e Senato su questa materia, pur essendo una associazione recente, piccola e leggerissima per struttura. Non è merito nostro, ma conseguenza della crescita costante del welfare aziendale. I piani sono oltre il 400% in più di quelli stimati nel 2015. Il sentiment non può quindi che essere positivo.

 

C’è il rischio di qualche circolare restrittiva dell’Agenzia delle Entrate in questo momento di grande crisi finanziaria?

 

L’Agenzia delle Entrate ha poca abitudine a parlare con gli operatori di mercato e con le loro associazioni. E’ questo un aspetto che dovrebbe essere corretto. Devo però osservare che la sua conoscenza del welfare aziendale è ora molto più solida di qualche anno fa e gli ultimi interpelli e risoluzioni in materia riprendono molte posizioni da tempo condivise da Aiwa. I problemi nascono quando si va oltre l’interpretazione tecnica e si prova a fare legge per via amministrativa: la pigrizia della politica di cui abbiamo detto non può comunque giustificare interventi fuori dai margini della azione di prassi.

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