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Crisi di governo, Italia immobilizzata incomprensibile all’estero

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La crisi di governo aggiunge incertezza a un quadro italiano “già straordinariamente precario” e questo – come prevede anche il Fmi – avrà costi economici non irrilevanti. A pensarlo Domenico Lombardi, già membro del Board del Fmi – Banca Mondiale e Senior Scholar della statunitense Brookings Institution. “Il copione” è fin troppo conosciuto: in 75 anni di storia repubblicana abbiamo avuto 66 governi, raggiungendo un primato di instabilità politica difficilmente eguagliabile dalle altre democrazie occidentali. Un “primato” che ha recato danni al sistema Paese impossibili da quantificare.

 

I costi dell’instabilità non sono solo interni. All’esterno continuiamo a pagare lo scotto della “fragilità internazionale” che relega l’Italia all’angolo dei grandi consessi internazionali, obbligandola a parlare con voce più debole rispetto a quella che, sulla carta, avrebbe. E’ vero, come sostengono molti, che la pandemia ha scoperto il nervo anche delle democrazie più consolidate. Ma è altrettanto vero che la fine del Conte Bis – come sostiene Lombardi – fuori dallo Stivale è ancora più incomprensibile di quanto non lo sia dentro. E mentre la palla passa al Quirinale per un primo lungo giro di consultazioni da Washington, l’Istituto di Bretton Woods restituisce il suo primo doloroso feed-back: la ripresa italiana partirà in ritardo e a fatica, a differenza di altre economie avanzate, e quest’anno sarà ben al di sotto delle aspettative licenziate appena tre mesi fa: solo un + 3% al posto di una crescita inizialmente stimata del 5,5%.

 

Un’altra doccia fredda per Roma? Non proprio, puntualizza Lombardi, perché non siamo un Paese qualsiasi e neppure un’economia ininfluente. L’Italia è un membro del G20 e, per la prima volta dalla sua creazione, ne è presidente e ospiterà un importante Summit il prossimo ottobre (n.d.r. vertice dei Leader a Roma, il 30-31 ottobre 2021) in un contesto mondiale particolarmente provato dalla pandemia e ansioso di cooperare. Proprio alla luce di questo, se le ragioni e la dinamica della crisi di governo sono difficili da spiegare agli italiani, ancora di più lo sono per gli stranieri.

 

L’Italia è già ferma da due settimane e resterà così, verosimilmente, almeno per altre due settimane. Cosa significa questo per la nostra economia?

 

Già la seconda ondata di contagi aveva introdotto un elemento strutturale di incertezza che l’avvio del programma vaccinale, pur tra ritardi e polemiche di vario genere, stava stemperando. La crisi di governo, che peraltro si sta manifestando con conseguenze più gravi rispetto a quelle inizialmente adombrate, aggiunge una dimensione di incertezza ulteriore a una situazione già straordinariamente precaria. Il tutto mentre lavoratori e imprese sono sempre più in affanno per la lentezza dei ristori, ammesso che rientrino tra i beneficiari. Sul fronte europeo, la capacità progettuale per avvalersi delle tanto pubblicizzate risorse del Recovery Fund – capacità peraltro già storicamente debole della nostra Amministrazione in situazioni normali – subisce un ulteriore contraccolpo.

 

La crisi di governo ha anche derubricato sia il confronto sui progetti inclusi nel piano nazionale di rilancio che dovremo presentare ad aprile a Bruxelles, sia il dibattito sul meccanismo Ue che regolerà concretamente l’erogazione delle risorse del Recovery Fund…

 

Il dibattito italiano sul Recovery Plan non ha sciolto un dubbio fondamentale che riguarda, stando alla bozza di Regolamento approvata dalle commissioni competenti dell’Europarlamento, il legame tra rispetto del Patto di Stabilità – che verrà reintrodotto, pare, già dal prossimo anno – ed eleggibilità a fruire delle risorse del Recovery Plan. Questo fa sì che, se volessimo rispettare il primo, non riusciremmo ad avvalerci in pieno del secondo e viceversa. L’alternativa è navigare a vista chiedendo un po’ di flessibilità qui e un po’ lì, ma questo è un altro discorso ed è, temo, ciò che purtroppo accadrà. Un paese che vive giorno per giorno, in un contesto difficile come quello creato dalla pandemia, è condannato a una posizione di marginalità nel dibattito europeo, dovendo spendere il limitato capitale politico di cui dispone a mendicare concessioni.

 

Oggi, anche volendo, non ci sarebbero più tempi a disposizione per ricorrere in extremis al Mes. Il Recovery Fund, più alla nostra portata, nasconde lo stesso insidie sia per il problema della governance dei finanziamenti, sia per un rischio di rinforzate condizionalità poste da Bruxelles. Siamo in un vicolo cieco?

 

Sul Mes, non ho una posizione ideologica ma mi limito ad osservare che se il punto è il costo del prestito sanitario, limitato o nullo, allora suggerisco di utilizzare in modo più efficiente la liquidità in eccesso giacente sul conto corrente di Tesoreria presso la Banca d’Italia su cui, peraltro, si paga nell’immediato un tasso oneroso. Se, invece, c’è un problema di volume di risorse di cui approvvigionarsi, certo il problema non lo risolvono i 36 miliardi del prestito sanitario rispetto agli oltre due trilioni e mezzo di debito pubblico che dobbiamo rifinanziare. In ogni caso, grazie agli interventi non convenzionali della Bce, finora siamo stati in grado di rifinanziare il debito in scadenza a costi mai così bassi nella storia recente.

 

Quale scenario costerebbe di più di più all’Italia: tornare alle urne o un nuovo governo con una maggioranza allargata?

 

Da cittadino guardo con enorme preoccupazione alla ricomposizione di maggioranze parlamentari da sinistra a destra e viceversa. Del resto, pare evidente che le forze politiche rappresentate in Parlamento non riflettano più i rapporti di forza che, oggi, quelle medesime forze vantano presso l’elettorato. Se non si riesce a trovare una ricomposizione organica e non raccogliticcia, in grado di sostenere un programma ambizioso di riforme e non di sussidi e prebende, credo non vi sia alternativa al voto. La condizionalità, implicita ma più saliente, del Recovery Plan è che vi sia una maggioranza politica all’altezza del compito.

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