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Impeachment o no, il Gop non scaricherà Trump

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Il primo round della messa in stato d’accusa contro Trump per “incitamento all’insurrezione” ha fatto segnare ai Democratici un (non scontato) punto in loro favore. Il Senato Usa, col sostegno di sei Repubblicani, ha infatti respinto le eccezioni di incostituzionalità e confermato la propria giurisdizione per procedere contro l’ex Presidente. Il via libera di questo ramo del Congresso, dopo il controverso assalto a Capitol Hill, sembra quindi confermare l’immagine di un Grand Old Party tuttora spaccato e alle prese con una crisi interna difficilmente sanabile. Anche se le chance che il Senato riesca a condannare Trump sono remote (i due terzi del Senato, cioè 67 senatori, dovrebbero votare per l’Impeachment ma i sì sicuri, oltre ai 48 voti Dem, per ora sono solo 56) il processo al Tycoon – si dice – tiene aperta una ferita nel GOP così profonda da mettere in gioco la sopravvivenza stessa dello storico partito di Lincoln.

Ma le cose stanno proprio così? Sull’altra sponda dell’Atlantico lo scenario in realtà avrebbe contorni molto più sfumati e meno scontati di quanto l’Europa sia disposta a credere. La partita contro Trump e il suo potenziale partito patriottico sarebbe, insomma, tutta da giocare come ritiene, tra gli altri, anche l’autorevole think tank di fede reaganiana ‘Americans for Tax Reform’ (ATR), con Heritage Foundation e Hoover Institution, uno dei centri di ricerca d’area conservatrice più noti in Usa.

L’incontro, passato da noi in sordina, tra Trump e l’ex leader di minoranza della Camera Kevin McCarthy, un paio di settimane fa, non a caso aveva all’ordine del giorno la strategia dei repubblicani per riconquistare nel 2022, con le elezioni di medio termine, la Camera dei Rappresentanti. “Un chiaro segno di come Trump e il GOP vogliano evitare una ‘guerra civile’ nel partito che gioverebbe solo ai Democratici”, ci spiega Lorenzo Montanari, analista e vicepresidente per gli affari internazionali di ATR. A suo avviso, “il partito Repubblicano è molto meno diviso di quello che i Democratici vogliono far credere perché in quel meeting Trump ha anche promesso di continuare a lavorare con il GOP e questa è un’affermazione importantissima per il futuro dei repubblicani”.

Il video inedito dell’assalto diffuso nella prima fase processuale, da una parte ha scosso anche molti fedelissimi di Trump, dall’altra rischia di condizionare i primi atti del nuovo Presidente Biden. Che significato ha, oggi, processare l’ex inquilino della Casa Bianca?

L’Impeachment al Senato è all’inizio e già emerge con evidenza che non porterà alla fine politica di Trump, a prescindere che voglia o no ricandidarsi. Difficilmente l’ex Presidente potrà esser condannato dal Senato, dal momento che è necessaria una maggioranza di due terzi, ovvero il voto favorevole di almeno 17 senatori repubblicani. Questo scenario resta improbabile anche dopo la messa in onda delle immagini più violente dell’irruzione in Campidoglio riprese dalle telecamere di sicurezza. Diversamente, l’eventuale condanna di un ex Presidente non solo spaccherebbe per anni il partito Repubblicano, ma creerebbe un pericoloso precedente storico che rischia di indebolire l’istituto stesso della presidenza americana.

Non crede che il Partito Repubblicano pagherà in termini di consensi per i fatti del 6 gennaio?

I repubblicani hanno tutte le carte in regola per vincere le elezioni di medio termine. Guardando con attenzione la mappa di chi governa oggi negli Stati Uniti a livello statale emerge un dato incontrovertibile: i Repubblicani governano tuttora una popolazione di oltre 134 milioni di americani, contro i 120 milioni governati dai democratici, mentre 70 milioni circa di americani abitano in Stati con l’esecutivo e/o gli organi legislativi condivisi da repubblicani e democratici.

A suo dire l’assalto a Capitol Hill è stata la ‘Pearl Harbor’ del Trumpismo. ATR ha cercato di quantificare la reale forza politica del brand Trump dopo quel fatto?

Se non ci fosse stato quell’assalto, che io chiamo la “Pearl Harbor” del Trumpismo, probabilmente avremmo ricordato il 6 gennaio 2021 come il giorno della fondazione del movimento politico di Trump. Le violenze di Capitol Hill, invece, rischiano di bruciare quattro anni di Presidenza che noi riteniamo “buona” sull’80% delle policies attuate nel suo mandato. Fra queste, la riforma fiscale del 2017 (n.d.r. ispirata proprio alle teorie della “supply-side economics” di ATR) la forte deregulation, la difesa della proprietà intellettuale contro la contraffazione cinese e, non da ultimo, l’assenza di nuove guerre iniziate dagli Usa, la conclusione degli accordi di pace di Abramo e l’ottenimento di un vaccino anti-Covid in tempi rapidi. Sono sicuramente criticabili le varie misure di protezionismo economico – dall’imposizione di dazi alla politica del ‘buy american’ – così come la fuoriuscita dal Trans-Pacific Partnership Agreement, l’approccio troppo critico al multilateralismo e all’immigrazione regolar,e quando i repubblicani tradizionalmente hanno sempre sostenuta l’immigrazione come un valore umano e economico. Trump ha comunque ottenuto 74 milioni di voti, un consenso che nessun candidato repubblicano negli ultimi 50 anni è riuscito a eguagliare. Nonostante le migliaia di proteste organizzate da Black Lives Matter, è stato il primo leader dai tempi di Nixon a incrementare i voti del GOP nell’elettorato afroamericano (dall’8% del 2016 al 12% del 2020) e latinoamericano (dal 28% al 32%). Questo risultato si spiega anche con le ricadute positive della riforma fiscale, soprattutto dal punto di vista occupazionale, su questi gruppi etnici e, in generale, su quelle fasce più deboli della popolazione che erano state in parte abbandonate a se’ stesse dai Dem.

Alla luce del processo in atto e dei provvedimenti che il Congresso potrebbe adottare per evitare un’altra ricandidatura di Trump, crede che il suo ‘partito patriottico’ nascerà per davvero?

A prescindere dall’esito del processo d’impeachment, credo che Trump cercherà comunque di creare un movimento politico o d’opinione che ruoti attorno al suo ‘brand’ e che appoggi strategicamente il GOP. Per riuscirci dovrà però abbandonare le frange più radicali, che nulla hanno da spartire con la grande tradizione conservatrice Usa, e fare anche i conti con il suo ‘bando’ definitivo dalle piattaforme social che, a mio avviso, rappresenta un precedente altrettanto pericoloso per una democrazia. La contingenza storica mi spinge tuttavia a pensare che negli Usa i tempi per un terzo partito non siano ancora maturi. E, infatti, l’idea di un “Patriot Party” è stata già accantonata per creare un più pratico comitato politico di fundraising, il “Save America PAC”, che in pochi mesi ha già raccolto più di 78 milioni di dollari da devolvere ai candidati repubblicani che si presenteranno alle elezioni di medio termine del 2022. Il GOP e Trump non hanno nessun interesse nell’iniziare una “guerra politico-elettorale”. Un conto è un movimento d’opinione o di pressione, un’altra cosa è lanciare un partito populista, alternativo ai Democratici e ai Repubblicani.

Dopo aver preso fermamente le distanze dall’estremismo e dalla degenerazione del confronto politico, i prossimi passi dei Repubblicani saranno piuttosto improntati al pragmatismo: non scaricare Trump e cercare di riassorbire le frange potenzialmente eversive per non senza lasciarsi sfuggire quel “capitale politico” che, nel bene o nel male, il Tycoon è riuscito a portare a casa. La scommessa è impegnativa ma si può vincere, sostiene Montanari, “se i repubblicani riusciranno a trovare entro il 2024, un nuovo Ronald Reagan capace di riunire le loro diverse anime, dal conservatorismo di Russel Kirk e di Robert Nisbet al fusionismo di Frank Meyer e della National Review di William Buckley Jr, all’interno della cornice della grande tradizione democratica del partito di Lincoln”.

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