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Ibra provoca, Lebron risponde: il peso di due campioni

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Ibra provoca. E Lebron risponde. Con un cortocircuito mediatico tra due stelle di assoluta grandezza dello sport mondiale, un battibecco tra totem di calcio e basket, raramente in rotta di collisione. Lo svedese, qualche giorno fa, oltre a tessere le lodi del fenomeno James sul parquet, gli ha lanciato un guanto di sfida, invitandolo sostanzialmente a non occuparsi di politica, piuttosto di dedicarsi solo al basket. La risposta del numero 23 dei Los Angeles Lakers, nelle ultime ore, è stata ricordare a Ibra che lui stesso aveva segnalato episodi di intolleranza ai suoi danni da parte della stampa svedese tre anni fa e che mai resterà in silenzio contro le ingiustizie sociali. James ha ricordato a Ibra anche dell’impegno assunto con i ragazzini delle famiglie disagiate (300), della scuola aperta ad Akron (Ohio, città natale di James), dell’appoggio alle Atlanta Dream, franchigia della Wnba, alla nuova proprietaria ed ex stella della Lega che ha sfilato il club a una repubblicana ostile alle atlete-attiviste.

L’incrocio dialettico tra Ibra e Lebron è uno spaccato dell’autoconsiderazione dello sport e del ruolo sociale assunto specie negli ultimi anni. Ibrahimovic, che a quasi 40 anni, per sua indole e anche per la costruzione mediatica edificata intorno al suo personaggio, continua a sfoggiare il suo ego da maschio alfa del pallone, stavolta ha sbagliato indirizzo: James, cresciuto come lo svedese in un ghetto – il primo a Malmoe, l’americano ad Akron – è arrivato preparato alla replica, dritto nei denti, come con Donald Trump, combattuto per quattro anni.

E sebbene le due star sportive – Lebron corre verso i 37 anni – abbiano vissuto la stessa generazione, avendo a che fare con razzismo, intolleranza e anche posizioni nette da assumere, è siderale lo spazio tra Ibra che invita un campione, un pari grado, a pensare solo al campo e Lebron James che sfrutta invece quel campo in cui è ancora il re e la sua posizione mediatica per dare voce a deboli, emarginati, vittime di intolleranza razziale. Il più grande che diventa megafono dell’ultimo.

E in fondo è un po’ una polaroid della distanza del calcio dalla dimensione dei problemi reali, quel volare altissimo pensando solo agli interessi economici, anche durante la pandemia (un esempio, i calciatori di Serie A infastiditi dalla sequenza di tamponi di controllo imposti dal protocollo del Cts, poi rivisto al ribasso), piuttosto che prendere posizioni forti, anche divisive, su temi di impatto, dall’intolleranza razziale all’omosessualità. I due calciatori più forti e famosi, anche sui social, degli ultimi 15 anni, Messi e Ronaldo, raramente, anzi mai si sono segnalati per prese di posizioni nette contro il razzismo negli stadi, a parte prestare il viso alle clip realizzate dalla Uefa per la Champions League. L’ultimo, controverso, calciatore vicino alla gente e con la forza di spostare il pensiero in diversi continenti purtroppo è morto tre mesi, si chiamava, si chiama Diego Armando Maradona.

In occasione di Black Lives Matter e dell’impegno collettivo dello sport americano e mondiale, tranne qualche eccezione il calcio di elite è rimasto in silenzio. Mentre James, la Nba sono scesi idealmente in strada – alcuni cestisti hanno sfilato con i manifestanti, altri hanno ripulito le strade dopo i cortei -, schierati, potenti, organizzati. Hanno alzato la voce, non messo solo la faccia. E lo stesso Lebron, anziché correre il rischio di agitare le anime della folla stanca dei soprusi sui neri, si è messo a girare il Paese con Michelle Obama per sensibilizzare al voto che ha spedito a casa Donald Trump e ha creato un’associazione no profit per portare al voto, informati e consapevoli, milioni di afroamericani che alle elezioni precedenti in alcuni stati si erano visti rendere complicato il voto. Ovviamente non c’è l’obbligo degli atleti-attivisti. Mick Jagger o Freddie Mercury, che non erano entusiasti dell’attivismo sociale di John Lennon, restano Mick Jagger e Freddie Mercury, Ibra resta Ibra. E continui a fare l’Ibra, lasciandoci questo Lebron.

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