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I lavoratori Ict ‘bocciano’ lo smart working, per il new normal serve un new welfare

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Lavoratori Ict bocciano lo smart working

Il lavoro “intelligente” ha avuto le sue prime modalità di applicazione nel settore dell’Ict. Con un po’ di retorica ci eravamo convinti che – soprattutto per i lavori di software e di progettazione di soluzioni informatiche – bastasse avere un computer e una connessione. Lo smanettone professionale si scambiava file, mail, link a prescindere dal luogo in cui smanettava. Lo smart worker per definizione.

Al netto della terminologia, ancora scivolosa – smart, agile, remote, home…working – sembra che molte illusioni vengano meno. Proprio a partire dal settore Ict. Ponendo una serie di problemi non banali ai sistemi di welfare che si devono accompagnare alla “nuova normalità”. Emerge da una indagine condotta dalla Fiom Cgil sui lavoratori Ict della provincia di Milano. Un campione rappresentativo della popolazione? Forse no, ma nel senso “migliorativo”, cioè che fuori da quella enclave potrebbe andare solo peggio.

Volendo vedere il bicchiere mezzo vuoto dall’indagine si scopre che con lo smart working ci sono più ore di lavoro, con carichi maggiori, senza riconoscimenti retributivi e senza pause, esaurimento nervoso e disturbi muscolo-scheletrici. E forse non basta. Quasi il 30% di questi lavoratori, da quando è in smart working forzato, causa pandemia, ha perso il buono pasto e spende un po’ di più per tutto (secondo il 53%, dall’uso delle utenze domestiche all’upgrade della connessione telefonica, fino alle spese alimentari, appunto) tranne che per i trasporti.

“L’inchiesta – dice Roberta Turi, segretaria Fiom Cgil di Milano – è uno strumento che utilizziamo spesso per approfondire il punto di vista delle lavoratrici e dei lavoratori su determinati aspetti della loro vita lavorativa. Questo lavoro può diventare la base per costruire proposte e piattaforme per la contrattazione collettiva, con l’obiettivo di sottoscrivere accordi che migliorino la condizione di lavoro”.

Il questionario è stato proposto alle lavoratrici e ai lavoratori dell’Ict di Milano che hanno il contratto collettivo nazionale dell’industria privata. “La raccolta dei questionari si è svolta da metà dicembre 2020 alla prima settimana di marzo 2021”, continua Turi: “Sono 20 le aziende coinvolte, tra le più importanti del settore, tra cui Accenture, Dedalus, Ibm, Txt, Italtel. Sono state fatte circa 100 domande su salute e sicurezza, orario di lavoro, carichi di lavoro, autonomia della prestazione, definizione degli obiettivi, controllo del datore di lavoro, privacy, costi/benefici. Sono stati completati 3.152 questionari, di cui 2.084 uomini e 1.068 donne, l’età varia dai 20 ai 64 anni, sono stati esclusi i dirigenti. Da sottolineare che l’83% dei rispondenti non è iscritto al sindacato”.

Matteo Gaddi, della Fondazione Sabbattini, che ha condotto l’indagine, evidenzia che “l’80% degli intervistati ha dichiarato di lavorare di più rispetto all’orario contrattuale e il 60% che questo succede almeno due volte a settimana. Oltre il 40% dedica da una a due ore al giorno in più, mentre ne dedica più di due ore il 10% dei rispondenti”. Alla domanda perché si lavora un numero di ore maggiore, ricorda Gaddi, le risposte che hanno ottenuto “un’adesione maggiore sono ‘perché ho delle scadenze da rispettare’ e ‘sono costretto da un carico di lavoro eccessivo’. Con lo smart working, inoltre, cambia il concetto di misurazione dell’orario di lavoro, per cui, appunto, si lavora sulla base dell’assegnazione di obiettivi, che in qualche modo dovrebbero essere anche negoziati e contrattati, ma soprattutto rispetto ai quali dovrebbe essere verificato il tempo necessario per portarli a termine”.

Per il 90% dei rispondenti, le ore di lavoro straordinario non vengono riconosciute e per l’80% non vengono neanche retribuite. “Quindi stiamo parlando di lavoro prestato dalle lavoratrici e dai lavoratori gratis” sottolinea Gaddi. E aggiunge: “Alla domanda se sia mai capitato, quando si è a casa in smart working e si ha qualche linea di febbre o ci si sente indisposti, di lavorare comunque senza mettersi in malattia, la maggioranza ha risposto di sì. Solo il 50% dichiara di fare le pause previste per legge a favore dei videoterminalisti e addirittura il 6-7% non sa cosa siano. Stesso discorso alla pausa caffè e sigaretta”. Sono preoccupanti, conclude Gaddi, le risposte alla domanda “se da quando si lavora in smart working si soffre di qualche disturbo fisico: quasi il 40% dichiara problemi di natura muscolo-scheletrica, quasi il 20% soffre di insonnia e oltre il 10% ha rischiato l’esaurimento nervoso da burnout”. Probabilmente ci vuole un “new welfare” per sopportare questo “new normal

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