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Tre cuori, ovvero come unire provider di welfare e Terzo settore

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La definizione di provider di welfare aziendale gli va un po’ stretta. “Tre Cuori nasce prima della legge di Stabilità del 2016 con cui si è innescata la rivoluzione del welfare aziendale in Italia – spiega Alberto Fraticelli, socio e direttore generale della società – il nostro percorso viene dal marketing sociale per arrivare al welfare”. Potremmo azzardare che Tre Cuori rappresenta l’anello di congiunzione tra il sistema dei provider e il mondo del Terzo settore.

Azienda e territorio è rimasto il binomio imprescindibile dell’attività di Tre cuori, una delle prime società benefit costituite in Italia, sempre grazie alla norma della legge di Stabilità del 2016 che introduceva la possibilità di definire nuovi statuti societari in cui il profitto non era l’unico scopo delle società profit. Tecnicamente un “provider” puro, in quanto dotato di una piattaforma proprietaria per gestire l’offerta di benefit e prestazioni di welfare per oltre 2000 aziende clienti, così come all’inizio gestiva l’offerta di servizi per le azioni di marketing sociale.

Provider “con qualcosa in più”. Cioè? “Innanzitutto il territorio. Prima che la pandemia lo imponesse come nuovo elemento di resilienza e di sviluppo – continua Fraticelli – per noi il territorio è stato un riferimento costante. Ci hanno definiti operatori dell’economia dei territori, non tanto dell’economia del territorio. Differenza non banale: il nostro intervento non è finalizzato a difendere questo o quel territorio a scapito di un altro. La nostra attenzione è quella di sviluppare l’economia dei territori. Il gioco non è a somma zero, ma somma sempre positiva, poiché vogliamo innescare sempre dei circuiti di fornitori – oggi sono oltre 20mila – legati al territorio in cui è insediata l’azienda che ci chiede l’intervento. L’obiettivo è sempre la filiera corta”.

Circolarità? In qualche modo sì, anche perché la circolarità è inserita nel Dna dell’impresa Tre Cuori. “Nel nostro marchio abbiamo tre cuori inseriti in un cerchio azzurro. I tre cuori rappresentano il mondo profit, quello no profit, e il mondo dei cittadini, delle persone che fruiscono dei servizi. Il cerchio in cui racchiudiamo questi tre soggetti è quello della Pubblica Amministrazione, fattore di servizio per tutti gli altri” aggiunge Fraticelli.

Un’altra caratteristica non comune dell’offerta di welfare aziendale di Tre Cuori è la maggiore libertà di scelta assicurata ai lavoratori destinatari del piano. “Le aziende per cui lavoriamo sono chiamate ad amplificare l’ascolto dei loro collaboratori – spiega Fraticelli – al punto da chiedere loro di indicare il fornitore del servizio offerto. Che sia lo studio dentistico o la palestra, sono i lavoratori a proporre il loro fornitore di fiducia all’interno della piattaforma”. Questo ovviamente è un vantaggio per l’economia dei territori, come detto, ma anche un vantaggio per il fornitore che non pagherà alcuna commissione al provider per la convenzione stipulata.

Intermediazione senza intermediazione: un paradosso positivo che favorisce fornitore e utente. “Noi poi offriamo un servizio di customer service particolarmente efficace – continua Fraticelli – non legato all’orario di lavoro, in modo da consentire al lavoratore di prenotare i propri servizi senza dover sottrarre tempo al lavoro”. Per Tre Cuori non c’è mai il conflitto con il consulente aziendale. Che si tratti del commercialista, del consulente del lavoro o dell’associazione di categoria, Tre Cuori offre la propria collaborazione senza volersi sostituire a essi.

La caratteristica attenzione al territorio si è confermata durante il periodo della pandemia. I buoni spesa di Tre Cuori sono stati utilizzati anche come omaggi natalizi per le aziende che non hanno potuto erogare tutte le prestazioni welfaristiche promesse. Con un’attenzione particolare: erano buoni spesa spendibili integralmente sul territorio. Nessuna concessione ai più “facili” buoni affidati ad Amazon o a Zalando; le imprese clienti di Tre Cuori ne hanno fatto una scelta di “cuore”, indirizzando la spesa dei buoni spesa alle attività commerciali del territorio che avevano sofferto durante il periodo della pandemia.

“Il nostro modello di welfare generativo, non estrattivo, come dicono gli analisti del settore – aggiunge Fraticelli – è finalizzato alla soddisfazione del cliente, azienda e lavoratori dell’azienda, generando benefici all’economia dei territori in cui le imprese sono insediate, per produrre benefici economici per tutti. Il welfare aziendale, in questo modo, è in grado di generare relazioni più calde, favorendo una integrazione non scontata tra azienda e comunità territoriali. Diventa un volano di sviluppo e di crescita per tutti. Le difficoltà della pandemia hanno favorito questa novità, questa consapevolezza di condivisione delle difficoltà. Ci sono aziende, e parlo di molte Pmi, che vogliono continuare a fare welfare in azienda con la convinzione di mantenere queste relazioni”.

A proposito di cuore, Fraticelli conclude con un aneddoto da libro cuore, ma è tutto vero: “Un nostro nuovo cliente, un piccolo imprenditore familiare, titolare di un’azienda tessile della Romagna, con ottanta dipendenti, ci ha chiesto di predisporre un piano di welfare aziendale, anche per dare un segnale di attenzione ai dipendenti, che si erano caricati l’onere della continuità aziendale durante la malattia dei titolari. Il Covid ha bloccato fuori dall’azienda i titolari, ma i dipendenti hanno continuato a lavorare assumendosi l’onere di proseguire il lavoro al buio. Oggi l’imprenditore vuole in qualche modo restituire questa vicinanza assicurando un piano di welfare anche in un momento economico difficile per tutti”.

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