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Welfare, Fondi sanitari vs Fondi pensione

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C’è chi insegue da anni la distinzione contabile di previdenza e assistenza nei bilanci dell’Inps. Eppure, sembra avvicinarsi il momento in cui sanità e previdenza debbano virtuosamente incrociarsi. Almeno sul fronte del secondo pilastro. Fondi di previdenza complementare e Fondi di sanità integrativa potrebbero convergere, in qualche modo.

“È un tema di lavoro importante – ammette Annamaria Trovò, sindacalista Cisl, nei cda di Unipol e di un paio di grandi Fondi sanitari, nonché nel passato di altrettanti Fondi pensione – sono molti i lavoratori che una volta in pensione, perdono le coperture previste dalla contrattazione collettiva sull’integrazione sanitaria. E richiedono sempre più spesso un welfare misto. Purtroppo, c’è molto da fare in questa direzione. Le normative sono molto diverse. Le aree di confine sono evidenti, le opportunità altrettanto. Pensiamo ai temi della non autosufficienza: è meglio un assegno di pensione complementare o un aiuto assistenziale per chi per patologia o per età non è più in grado di essere autosufficiente?”.

Anche perché, complice l’emergenza Covid, il tema “salute” è sempre più in testa all’attenzione dei lavoratori. “Il mondo della sanità integrativa è diventato preponderante, lo dicono tutte le indagini disponibili – aggiunge Trovò – anche se è il comparto meno regolamentato. Ma è certo che, anche grazie alla contrattazione collettiva, i lavoratori italiani hanno mostrato più sensibilità ai Fondi sanitari, rispetto ai Fondi pensione. Il vantaggio è immediato ed evidente, rispetto al vantaggio temporalmente differito dei Fondi di previdenza complementare. Con una decina di euro, in media, la sanità integrativa produce risultati mutualistici di grande impatto per la vita dei cittadini. La pensione, si sa, lavora sul lungo periodo”.

Risorse scarse, lavoro precario, stipendi che non crescono, rendono poco appetibile la previdenza complementare, che infatti non vede crescere i propri iscritti (poco più di 8 milioni di lavoratori), contro le adesioni in crescita della sanità integrativa (si stimano almeno 13 milioni di iscritti).

“Non voglio abituarmi a questo trend – continua Annamaria Trovò – ma è inevitabile riconoscere questa dinamica. I Fondi sanitari hanno dato una grossa mano alla vita degli italiani, prima del Covid e a maggior ragione durante la pandemia. La pensione al contrario si allontana sempre di più. L’età di pensionamento è ormai intorno ai 68 anni. Un orizzonte che richiede programmazione, ma che viene avvertito come molto lontano nel tempo. Il giovane è poco incentivato, il meno giovane ha già fatto le sue scelte”.

Su tutto questo pesa il tema fiscale. “Se il Fisco italiano si adeguasse alle normative dei maggiori Paesi europei – continua Trovò – potremmo avere adesioni più consistenti. La tassazione sui rendimenti è troppo onerosa”.

Ma forse c’è un problema anche di comunicazione, intorno al ruolo e alla funzione dei Fondi pensione.

Lo ammette la sindacalista, che non rinnega il passato, ma che immagina un futuro più capace di raggiungere i lavoratori con buoni argomenti: “Quando partimmo con la riforma della previdenza complementare, alla metà degli anni Novanta, i nostri strumenti di informazione e comunicazione erano le assemblee sui luoghi di lavoro e le bacheche. Un altro mondo. Siamo partiti così, ma oggi certamente dobbiamo mettere in conto strumenti adeguati ai tempi: dalla pubblicità ai social media”.

I promotori della previdenza complementare “privata” – nel senso “non contrattuale” – reclamano una loro maggiore capacità di penetrazione: i Pip e i fondi aperti costano di più a chi si iscrive, ma contano su una comunicazione più pervasiva. “Vero, ma i fondi contrattuali consentono di massimizzare tutti i contributi per offrire migliori rendimenti. E le serie storiche recenti lo confermano. Le performance sono molto buone, di gran lunga migliori al Tfr” ribatte Trovò.

Resta il fatto che per far ripartire la previdenza complementare non bastano più le modalità di comunicazione degli anni Novanta. Il nuovo welfare deve camminare sugli strumenti di comunicazione di oggi. Non possono bastare più nemmeno i siti istituzionali dei Fondi. Promozione e informazione per non segnare il passo devono adeguarsi. E i Fondi devono investire sui media tradizionali e su quelli nuovi.

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