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Con l’obbligo vaccinale Draghi mette (ancora) all’angolo Salvini

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Il metodo Draghi è anche questo, e ormai ci si comincia ad abituare. Un misto di stile comunicativo asciutto e pragmatismo che di solito si traduce nel dedicare poco tempo e poche parole agli scontri nella sua maggioranza. Salvo poi fissare degli obiettivi di governo che quelle stesse polemiche le superano nella sostanza. Come si può definire altrimenti l’apertura all’obbligo vaccinale il giorno dopo che la Lega in commissione alla Camera ha votato contro il green pass? Persino il via libera alla cabina di regia chiesta da Matteo Salvini per discutere degli obiettivi del governo diventa tutto tranne che una concessione alle sue richieste. Anche perché – sottolinea il premier – per esempio sull’estensione sul green pass, servirà non a decidere il se ma il come e con quale velocità.

Insomma, una linea chiara e definita. Che il premier ha gioco facile a imporre rispetto alla debolezza e alle ambiguità su cui si muovono i partiti della maggioranza. Non solo la Lega altalenante tra il Ppe e la concorrenza a destra con Giorgia Meloni, tra il partito di Giancarlo Giorgetti e quello di Claudio Borghi. Ma anche il Pd che fermo nel sentiero stretto della precaria alleanza con il precario Movimento5stelle, si ritrova con un segretario tanto indulgente quando i pentastellati minacciano la crisi sulla riforma della giustizia quanto solerte nel parlare di “maggioranza alla fine” se la Lega vota contro sul certificato verde.

Non c’è tuttavia dubbio che da questa conferenza stampa ancora una volta a ritrovarsi nell’angolo sia soprattutto Matteo Salvini. Il presidente del Consiglio non è così tranchant come quando stoppò gli aneliti no vax del leader leghista ricordando che chi non si vaccina semplicemente muore o fa morire chi gli è vicino. Ma tutto quello che dice, dall’estensione dell’uso del green pass all’obbligo vaccinale, sono risposte alle richieste della Lega di evitare ogni tipo di restrizione e imposizione.

Così come, alla fine, lo è la difesa del ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, ormai da tempo nel mirino del leader del Carroccio sulla questione immigrati. Una difesa che solo in parte è d’ufficio (Draghi lo ha fatto anche con altri ministri oggetto di critiche), anche perché è opinione comune che l’ex prefetto ora al Viminale goda di buoni uffici presso il Quirinale. “Secondo me Lamorgese ha lavorato molto bene. I numeri di quest’anno non sono spaventosi, ci sono stati anni molto peggiori”. Un incontro tra il ministro dell’Interno e il suo predecessore? “Bisogna chiedere a lei, ma secondo me dovrebbe essere un chiarimento interessante, in cui la ministra e Salvini possono esprimere i loro pareri e ciò che non va”.

Ma la questione per Draghi non è più soltanto la Lega di lotta e quella di governo, ma in generale quello di una maggioranza che ha una faccia – compatta e collaborativa – tra le mura di palazzo Chigi e un’altra riottosa e litigiosa sulla scena mediatica. Ed è proprio di questa dicotomia che il presidente del Consiglio fa mostra di non curarsi ma di guardare e passare oltre. Sostanzialmente lo dice nel corso di questa prima conferenza stampa alla ripresa dei lavori dopo la pausa estiva. La sintesi è tutta in una frase: “Il governo va avanti”. Lo svolgimento in quel che spiega poco dopo: “E’ chiaro che sarebbe auspicabile una maggiore convergenza” sui provvedimenti, ma “il governo sta in piedi perchè il Parlamento lo vuole” e “se c’è un chiarimento politico quello è un qualcosa che viene deciso a livello di partiti, non di governo”. E ancora: “Ci sono provenienze politiche, culturali, personali, professionali nella maggioranza e nel governo. Il governo va fondamentalmente molto d’accordo nei suoi membri e il Parlamento ha fatto uno straordinario lavoro e continua a farlo”.

 

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