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L’emergenza incendi è per oltre il 70% colpa dell’uomo

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L’emergenza incendi in Italia è per oltre il 70% colpa dell’uomo. E’ su questo assunto che il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani poggia l’informativa urgente del governo sui roghi, parlando in Aula alla Camera. Era la fine della prima settimana d’agosto, e soltanto poco meno di un mese dopo nell’ultimo consiglio dei ministri (il primo della ripresa settembrina) è stato varato un decreto legge di contrasto alla devastazione delle fiamme. In mezzo, però il nostro Paese non ha smesso di bruciare: il territorio in fumo in questa estate torrida sfiorerà i 200mila ettari, a conti fatti.

“Il 57,4% degli incendi sono dolosi, dove si vedono punti di innesco, e hanno effetti devastanti – aveva spiegato Cingolani, anticipando un pezzo dei dati del prossimo rapporto Ecomafia di Legambiente – il 13,7% non è intenzionale, e quindi sono colposi per mancanza di cultura. Siamo già oltre il 70% di incendi che è responsabilità nostra, e che incide su un sistema predisposto dal punto di vista climatico; sono invece meno del 2% quelli di origine naturale come per esempio un fulmine; il 4,4% è indeterminato, vuol dire che in qualche modo qualcuno potrebbe aver buttato una cicca di sigaretta; e il 22,5% non è classificabile, ma da qualche deve pur esser partita la scintilla”.

Il bilancio di Legambiente (comunque riferito al 2020) parla chiaro, offrendo un quadro di come si muove la dinamica dei roghi nel nostro Paese: gli incendi dolosi e colposi nel 2020 sono stati 4.233 e hanno toccato oltre 62mila ettari; le persone denunciate sono state 552, gli arresti 18, con 79 sequestri. Rispetto al 2019 i reati sono aumentati dell’8,1%, la superficie bruciata è cresciuta del 18,3%, e sono salite anche le denunce (più 25,2%) e gli arresti (più 80%). In quattro regioni del Sud – Campania, Puglia, Calabria, Sicilia – sono avvenuti il 54,7% degli incendi nel 2020.

Secondo Cingolani, la parte climatica “incide in piccola percentuale”. Come? Rendendo il terreno più secco, e con i forti venti che sono sempre più caldi, e riescono a trasportare le scintille in alto appiccando direttamente la chioma degli alberi; anche perché “l’autocombustione non avviene da sola a 45 gradi ma sono necessarie temperature più alte”.

Obiettivo del decreto del governo – viene riferito – è di “rafforzare le azioni di prevenzione e migliorare le capacità di lotta attiva agli incendi”. Tra i punti principali del provvedimento (che segue la dichiarazione dello stato di emergenza del 26 agosto per le regioni Calabria, Molise, Sardegna e Sicilia a causa dell’elevato numero di incendi divampati), “vengono ridisegnate la governance della prevenzione incendi e le risorse finanziarie per potenziare la capacità operativa delle componenti statali impegnate nella lotta ai roghi”; attenzione particolare viene prevista in “favore delle infrastrutture di Isole minori e aree interne”. In particolare, è previsto “il potere sostitutivo delle Regioni nel caso i Comuni non provvedano ad aggiornare nei tempi previsti il catasto dei terreni incendiati e la redazione da parte della Protezione civile di un Piano nazionale triennale di aggiornamento tecnologico delle azioni di prevenzione e lotta attiva agli incendi, a cui sono dedicate specifiche risorse per acquisire altri mezzi operativi”. Inoltre sono state “anche inasprite le pene per reati”.

Le norme sembrano allora ripercorrere il ragionamento fatto giorni prima dal ministro: “Siamo più vulnerabili – aveva osservato – e poi c’è un problema di manutenzione e di cultura. La manutenzione è fondamentale; se da un lato noi dobbiamo essere molto coscienti del fatto che siamo più vulnerabili di quanto non fossimo in passato, dall’altro dobbiamo comprendere che c’è un problema di manutenzione dei territori”. Quindi il pensiero si fa diretto: “Qui stiamo parlando di qualcuno che brucia, e nella maggioranza dei casi, per interessi reconditi”. Tra l’altro, “l’elemento più direttamente umano è un elemento difficilissimo da controllare. Per questo la prevenzione e il controllo sono fondamentali”. Nelle idee di Cingolani spuntano fuori “le reti di satelliti europei, droni insieme con l’osservazione a terra. I satelliti passano ogni 4 ore sullo stesso punto, e ce ne sono tanti; se uno colleziona immagini e le controlla, ci può consentire un monitoraggio efficace. Questa tecnologia pensata per controllare lo smaltimento illegale dei rifiuti è uno strumento molto forte anche per la prevenzione incendi boschivi”. Quindi la legge: “Questo 72% di piromani che bruciano, che interesse hanno a farlo? Con la perimetrazione delle superfici percorse dal fuoco, quelle aree diventano terreni intoccabili: lì non si fa più nulla. Tutti sanno che in quelle aree non si può mettere un chiodo. La legge sembra perfetta – aveva detto – e dovrebbe scoraggiare chiunque ad appiccare incendi. Potrebbe allora essere che forse la perimetrazione non è così efficiente. Centralmente anche noi possiamo dare una mano, almeno ai Comuni più piccoli”.

Il pensiero di molti in questo momento, anche se la levata di scudi ancora non si è fatta sentire in tutta la sua veemenza, è che si continui a sentire la mancanza operativa della Forestale, il Corpo che si occupava di proteggere la natura e che con la riforma di un pezzo della P.a. è finito per entrare nell’Arma dei Carabinieri, mantenendo sì determinate mansioni ma lasciando comunque un vuoto nei territori. Forse, di fronte a una stima che parla già di tre miliardi di danni provocati dagli incendi, un pensiero al ripristino dei ranger di casa nostra si potrebbe anche fare.

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