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Lavoro agile, Orlando vuole un accordo quadro

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Da una parte c’è il ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, che assicura che “tra un mese per la prima volta in Italia ci sarà un vero contratto per il lavoro agile“, dall’altra il responsabile del Lavoro, Andrea Orlando che invoca “un accordo quadro nazionale“. Mentre si avvicina la scedenza del 31 dicembre – data in cui dovrebbe finire lo stato di emergenza e quindi anche l’applicazione in deroga dell’attuale normativa – si discute in maniera sempre più serrata di come attuare lo smart working facendo tesoro dell’esperienza di telelavoro a cui circa 7 milioni di italiani – secondo le stime del Politecnico di Milano – sono stati costretti a causa della pandemia.

Il lavoro agile attualmente è regolato dalla legge 81 del 2017 e si riferisce alla a prestazione lavorativa eseguita in parte all’interno di locali aziendali e in parte all’esterno, ma senza stabilire una postazione fissa. Non si timbra un cartellino, non si fanno pause in orari predefiniti, azienda e dipendente ridefiniscono in maniera flessibile le modalità di lavoro, quello su cui ci si focalizza è il raggiungimento di obiettivi e risultati. E’ dunque diverso da quanto fatto in emergenza, che va più correttamente chiamato telelavoro.

Dunque, il ministro Orlando fa sapere che “nelle prossime settimane” chiamerà “le parti sociali per riprendere un ragionamento che avevamo aperto, perché alla fine dell’anno scade la deroga alla normativa, quindi si tornerebbe alla contrattazione individuale” che però a suo giudizio “non è più in grado di far fronte alle dimensioni del fenomeno per come si è sviluppato”.

Dal suo punto di vista un accordo quadro potrebbe non rendere necessaria una legge, a patto che affronti tre temi chiave: “Primo, quello della sicurezza sui luoghi di lavoro, che a questo punto diventa anche la casa”. Secondo, la sicurezza dei dati e la responsabilità sui dati, “perché se io lavoro per la mia azienda ma perdo i dati di terzi, chi ne risponde? Quali sono – sottolinea Orlando – le condizioni mediante le quali i terzi sono garantiti? Chi risponde di risarcimento e responsabilità? Bisogna dare un minimo di criteri attraverso i quali si può attivare questo percorso, perché non lo puoi fare sul cellulare di tuo figlio”.

Per il ministro, poi, c’è una terza questione che “è quella del diritto alla disconnessione. Lo Smart working non deve essere lo strumento di conciliazione”. Se da un lato, infatti “non devi attraversare la città e hai una serie di ricadute per migliorare la qualità della vita”, dall’altro “però si hanno effetti negativi, come il fatto che sfuma la differenza tra il riposo e il lavoro”.

Quindi, secondo Orlando “se si arriva a una intesa tra le parti sociali bene, sennò penso che dovrà intervenire la legge”. “Credo che dovremo fare i conti con un punto di non ritorno che si è determinato e che dobbiamo governare, piuttosto che puntare a rimuoverlo e semmai porci il problema di come armonizziamo l’impatto che questi processi determinano”.

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