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Le criptovalute valgono 2mila mld. Fmi: “Ma sono ancora un rischio”

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“La rapida crescita dell’ecosistema delle criptovalute ha creato nuove opportunità”, scrivono gli esperti del Fondo monetario internazionale introducendo il secondo capitolo del Global Financial Stability Report dell’Fmi. Il valore di mercato totale di tutte le criptovalute, d’altronde, ha superato a settembre i 2 mila miliardi di dollari, con “un aumento di 10 volte dall’inizio del 2020” e la nascita di “un intero ecosistema”.

Un ecosistema basato su blockchain di cui fanno parte fenomeni senza precedenti (come la DeFi, la finanza decentralizzata, e gli NFT) nel quale però “molte entità mancano di solidi modelli di gestione operativa, di governance e del rischio”, dice il Fondo Monetario Internazionale in un blog dedicato al capitolo del Global Financial Stability Report che, appunto, analizza questo tipo di strumenti, che “hanno già dovuto affrontare notevoli problemi durante i periodi di turbolenza del mercato” con “diversi casi di furti di fondi dei clienti da parte di hacker”.

Finora, si osserva, “questi incidenti non hanno avuto un impatto significativo sulla stabilità finanziaria” ma man mano che le criptovalute “diventano più diffuse la loro importanza in termini di potenziali implicazioni per l’economia in generale è destinata ad aumentare”.

Il Fondo evidenzia “i notevoli rischi per la protezione dei consumatori” data la limitata attività di comunicazione e supervisione dei dati. A complicare le cose uno scenario incredibilmente affollato con “più di 16.000 token elencati di cui ne sopravvivono oggi circa 9.000”. Di questi ipotizza l’Fmi “alcuni sono stati probabilmente creati solo per scopi speculativi o addirittura per frodare” gli utenti.

Il problema energia

Senza dimenticare una delle critiche più aspre solitamente fatte alle criptovalute, quella relativa all’energia impiegata per crearli. Per ‘estrarre’ i Bitcoin “secondo alcune stime, si consuma circa lo 0,36% dell’elettricità mondiale” paragonabile al consumo di paesi come il Belgio o il Cile.

Questa attività “può portare a un aumento significativo del consumo energetico interno, specialmente nei paesi che sovvenzionano i costi energetici”. Il Fondo stima però che “le future generazioni di Ethereum e di altre blockchain intelligenti consumeranno molta meno energia rispetto a Bitcoin”, ma lancia l’allarme su rapide ‘migrazioni’ della attività di estrazione delle criptovalute, come quella seguita alle limitazioni adottate dalla Cina, con ricadute sui fabbisogni energetici di altri paesi: i miners cacciati da Pechino hanno già adocchiato altri Paesi per trasferire i loro computer, non disdegnando energia ‘sporca’ per alimentarli.

Dove vengono usate le criptovalute?

“Il livello di adozione delle criptovalute in alcuni mercati emergenti e nelle economie in via di sviluppo ha superato quello delle economie avanzate” ma questo processo – la cosiddetta ‘cryptoization’ – pone rischi ai paesi dove questo fenomeno si afferma, anche perché spesso si tratta di sistemi “con politiche macroeconomiche non funzionali combinate con sistemi di pagamento inefficienti”, dice l’Fmi.

“Una banca centrale poco credibile e un sistema bancario vulnerabile possono innescare” il processo di adozione delle criptovalute dal momento che i risparmiatori “cercano una riserva di valore più sicura” aggirando anche problemi come “le restrizioni sui tassi di cambio e gli ostacoli all’accesso e alla conservazione di risorse estere”.

Un sistema bancario e di pagamenti inefficiente e un accesso limitato ai servizi finanziari – continua il Fondo – possono essere un fattore trainante dell’adozione delle critpovalute, “data l’ampia percentuale di persone senza accesso ai servizi bancari” in alcuni paesi con rimesse spesso affidate al contante.

L’Fmi riconosce come i metodi di pagamento delle criptovalute “possono rendere alcuni di questi servizi più veloci ed economici, soprattutto attraverso l’integrazione di stablecoin” ma – aggiunge – se adottati in maniera diffusa “come mezzo di pagamento e riserva di valore, possono porre sfide più significative” rafforzando il processo di ‘dollarizzazione dell’economia’ che può ostacolare l’effettiva attuazione della politica monetaria da parte delle banche centrali e portare a rischi per la stabilità finanziaria.

Non solo: la diffusione di questi strumenti “potrebbe inoltre rappresentare una minaccia per la politica fiscale dal momento che le criptovalute possono facilitare l’evasione fiscale e anche le entrate del signoraggio potrebbero diminuire a causa del ruolo sempre più ridotto della moneta della banca centrale nell’economia”.

Con un chiaro riferimento a ‘esperimenti’ come quello di El Salvador, infine, il Fondo osserva che “adottare una criptovaluta come valuta nazionale comporta rischi significativi ed è una scorciatoia sconsigliabile”.

Per l’Fmi “l’aumento della domanda di criptovalute potrebbe facilitare i deflussi di capitali che influiscono sul mercato dei cambi” visto che il trading di strumenti come il Bitcoin avviene 24 ore su 24, 7 giorni su 7, mentre “anche il settore bancario può essere messo sotto pressione se l’ecosistema cripto diventa un’alternativa ai depositi bancari nazionali o addirittura ai prestiti”.

A livello globale i rischi per la stabilità finanziaria legati alle criptovalute sembrano per ora contenuti, ma possono essere “significativamente più alti in alcuni mercati emergenti e in economie in via di sviluppo” in cui la loro diffusione è maggiore e “vanno tenuti sotto controllo”.

Lo stesso Fmi ricorda che se nell’ottobre 2018 il Financial Stability Board aveva concluso che le criptovalute non rappresentavano un rischio concreto per la stabilità finanziaria globale, oggi i canali di trasmissione di eventuali choc “sono cresciuti notevolmente e hanno fatto emergere nuove fonti di rischio”.

L’Fmi ricorda come “la capitalizzazione di mercato delle criptovalute si è moltiplicata per 10 ed è ora paragonabile” a quella di attività consolidate (ad esempio le obbligazioni statunitensi ad alto rendimento) pur restando ancora piccola rispetto a mercati come quelli dei titoli di stato e quelli azionari nelle principali economie avanzate. Se finora “gli episodi di perdita di fiducia nelle criptovalute hanno avuto ricadute limitate” a livello globale così come “i fallimenti dei fornitori di criptovalute, la loro importanza – ammonisce l’Fmi – sta aumentando poiché i volumi degli scambi nelle borse di alcuni paesi sono aumentati drasticamente e, in alcuni casi, sono paragonabili ai volumi delle rispettive borse nazionali”.

Altro elemento di rischio il fatto che “le esposizioni sembrano crescere più rapidamente tra alcune istituzioni non bancarie, in particolare gli hedge fund, il che può portare a un aumento delle esposizioni indirette del sistema bancario”. Infine, osserva il ‘Report’, “stanno emergendo nuove fonti di rischio, come stablecoin e la Finanza Decentralizzata (DeFi)” e se “le innovazioni che hanno dato origine all’ecosistema cripto sono significative e possono portare a benefici tangibili per i paesi, i rischi dovrebbero essere tenuti sotto controllo”.

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