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Petrolio, Biden attinge alle riserve per abbassare il prezzo

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L’amministrazione di Joe Biden corre ai ripari e decide il rilascio di 50 milioni di barili di petrolio dalle riserve strategiche per ridurre i costi della benzina per le famiglie americane. La decisione, coordinata con altre potenze come Cina, India, Corea del Sud, Giappone e con la Gran Bretagna, è stata annunciata dal presidente americano.

Si tratta di una misura straordinaria con cui Washington va in pressing sull’Opec che ha respinto la richiesta di aumentare la produzione di greggio. All’indomani delle scelte che hanno riguardato i vertici della Fed, con Jerome Powell confermato al timone e la progressista Lael Brainard alla vice-presidenza, il governo accelera sulle misure che riguardano l’economia del Paese. Con un’inflazione calcolata su base annua al 6,2% non c’è tempo per le esitazioni. Biden rivendica il lavoro svolto con gli altri Paesi per far fronte alla carenza di forniture che in America ha causato un rialzo dei prezzi del carburante fino al 50% rispetto all’anno passato. Un anno fa il costo per barile era addirittura negativo. Misure, come dicevamo, dettate dall’eccezionalità della crisi che negli Usa sta colpendo soprattutto il ceto medio. L’obiettivo non è solo calmierare i prezzi del carburante ma anche quelli di beni di prima necessità che stanno subendo un rialzo preoccupante.

Il dipartimento dell’Energia statunitense non nasconde che avrebbe preferito “un’azione da parte dei Paesi produttori” e si augura che “l’Opec aumenti la produzione”. Ma quello dei rapporti con il cartello dei maggiori esportatori al mondo resta un nodo delicato. La mossa strategica statunitense di oggi creerebbe dei rischi se in un prossimo futuro mancasse un allineamento di coloro che hanno il potere di negoziare produzioni, prezzi e concessioni del petrolio. In ogni modo, la reazione sui due indici di riferimento è stata immediata: per il Brent (il petrolio di riferimento europeo) si è verificato un repentino balzo vicino quota 80 dollari e ora si muove intorno alla parità. Mentre il Wti, il West Texas Intermediate (benchmark americano) ha perso lo 0,30% ed è scambiato a 76,50 dollari.

Washington, dunque, è in procinto di ‘sbloccare’ una quota delle riserve pari all’8% circa degli attuali 605 milioni di barili in dotazione della Strategic Petroleum Reserve (SPR). Un ‘magazzino di emergenza’, il più grande al mondo, direttamente gestito dal Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti. Nei serbatoi sotterranei della Louisiana e del Texas, il governo tiene in giacenza per i casi di emergenza più di 700 milioni di barili. Scorte che furono istituite nel 1975 dopo la crisi aperta dall’embargo petrolifero negli anni 1973-1974.

“Vogliamo che il calo del costo del petrolio raggiunga i consumatori”, fa sapere il dipartimento per l’Energia, che aggiunge: il presidente Joe Biden è “preoccupato dall’impatto del consolidamento industriale sui prezzi del carburante”. Vedremo nelle prossime settimane quale sarà l’influenza che il passo compiuto dalla Casa Bianca avrà sui prezzi. Da monitorare anche la reazione dell’Opec. Ciò che sembra certo è che l’iniziativa americana non sarà vista di buon occhio dall’Organizzazione con sede a Vienna. Ma ormai il guanto di sfida è lanciato e gli Stati Uniti sono decisi ad imprimere un’accelerazione sulla disponibilità di greggio per evitare un’ulteriore impennata dei prezzi e dei costi per cittadini e industrie. L’attenzione oltre che sulle imprese è sui consumatori, vittime principali di un balzo inflazionistico che colpisce Oltreoceano più in Europa.

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