Smart working? Il welfare aziendale punta sul lavoro ibrido

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Enel 2022

Mentre in Italia viene firmato il primo “Protocollo nazionale sul lavoro in modalità agile”, si moltiplicano le resistenze a una modalità generale di lavoro a distanza. “Nel 2021 gli smart worker continuano a diminuire: dai 5,3 milioni di marzo, oggi sono poco meno di 4 milioni. Se a questo uniamo che il 28% di essi ha sofferto di tecnostress e il 17% di overworking, è evidente che la soluzione non sia l’abolizione dello smart working, ma un suo profondo ripensamento. Occorre far evolvere il lavoro in forme più adattive e intelligenti“, commenta Davide Ippolito, cofondatore e CEO di Zwan e ReputationRating. “Le persone ricercano un legame intellettivo con l’organizzazione con la quale lavorano. Oggi bisogna puntare su uno smart working non emergenziale, capace di migliorare la produttività e la vita dei lavoratori, un fattore che impatta fortemente sulla reputazione e sulla sostenibilità dell’organizzazione stessa” aggiunge Davide Ippolito.

Secondo l’analisi di Zwan svolta attraverso l’algoritmo ReputationRating, supportata dallo studio CIDA-ADAPT (Confederazione dei dirigenti e dell’alte professionalità e associazione per gli studi internazionali e comparati sul diritto del lavoro e sulle relazioni industriali), l’adozione prolungata dello smart working full-time nelle aziende e organizzazioni pubbliche e private, ha avuto un effetto negativo sulla loro reputazione. Prendendo in considerazione il periodo d’esame agosto 2020 – agosto 2021, periodo di impiego prolungato e diffuso del “lavoro agile” da parte di aziende private, organizzazioni e P.A., si rileva un generale calo della reputazione – in media del 9,46%.

Nel periodo d’analisi agosto 2020 – agosto 2021 si rileva un lieve aumento dell’occupazione (0,8 punti percentuali) e 180mila unità in meno di disoccupati. Ma questo non basta per dipingere un anno roseo del mercato del lavoro, che ha visto ben 3,2 milioni di dipendenti e 30mila amministrazioni in smart working (dati Coldiretti).

Se analizziamo il mondo del lavoro in ottica “sistemica”, possiamo osservare facilmente gli effetti negativi dell’uso prolungato dello smart working full-time. Il ritorno alla normalità – infatti – porterà benefici sui settori più dipendenti dal “vecchio mondo del lavoro” (vedi trasporti e agroalimentare su tutti) che si stima fronteggeranno cali di fatturato superiori al 20% in media (dati Coldiretti), a causa di una semplice considerazione: i lavoratori in totale smart working non viaggiano più sui mezzi e non usufruiscono più dei servizi di ristorazione nelle pause.

Dunque, il sospirato ritorno alla normalità è destinato ad avere riflessi positivi sull’efficienza della Pubblica amministrazione e sui servizi alle persone. E questo è ancor più vero se consideriamo un altro fattore critico: l’infrastruttura digitale italiana. Infatti, specie nel primo periodo di pandemia, è risultata particolarmente debole e non ha certamente favorito i lavoratori da casa o gli studenti nell’apprendimento a distanza.

“La vera partita sullo smart working si gioca con il ritorno alla normalità, se diventerà un vero strumento per riorganizzare il lavoro, allora cambierà davvero la vita di molte persone, in meglio” commenta il presidente della Fondazione ADAPT Francesco Seghezzi.

La soluzione futura sembra essere quella ibrida: secondo le ultime analisi del Politecnico di Milano, sembra che il lavoro agile resterà nell’89% delle grandi aziende e nel 62% nella PA, ma con formule per l’appunto ibride: in media 3 giornate agili nelle prime, mentre solo 2 nella pubblica amministrazione, forti dei dati incoraggianti sul miglioramento in termini di work-life balance e produttività dei lavoratori.

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