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Europa, sul debito strada in salita. I ‘falchi’ sono vivi e vegeti

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Christian Lindner
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Debito, inflazione, regole comuni di bilancio, unione bancaria e processo di ratifica del Mes. I diciannove ministri finanziari dell’Eurogruppo hanno fatto il punto a Bruxelles sulle questioni economiche più importanti. Con i numeri che indicano che ci sono sfide ancora aperte, anzi apertissime.

C’è l’inflazione che in Ue si attesta al 5% e non scenderà – non a breve termine almeno – a quel 2% che segna la soglia del ‘fuori pericolo’ secondo quanto indicato dalla Bce. I Diciannove sono in linea con Francoforte sul balzo inflazionistico, confermando la tendenza all’ottimismo sulla possibilità che il dato prima o poi si stabilizzi e non raggiunga i livelli che invece stanno preoccupando l’economia Usa, dove il caro prezzi è già al 7%.

Ma in cima a tutto si afferma soprattutto la questione del debito. In questa prima riunione del nuovo anno sono riaffiorati vecchi schemi, anche se con qualche cambio di posizionamento. A tenere desta l’attenzione dei rappresentanti economici dei governi è il Patto di Stabilità e Crescita e l’avvio di un percorso per modificare le regole che obbligano i Paesi a tenere sotto controllo le rispettive politiche di bilancio. Ovvero: deficit pubblico non superiore al 3% del Pil e debito pubblico al di sotto del 60% del Prodotto interno lordo e, comunque, tendente al rientro.

Con lo choc pandemico le regole base sono state sospese. Il commissario europeo all’Economia, l’ex premier italiano Paolo Gentiloni, non ha dubbi: “Ci sono sinceri sforzi di trovare un punto d’intesa” e si andrà verso la scrittura di “una nuova storia”.

La proposta della Commissione europea arriverà a inizio della prossima estate. Fino ad allora i titolari dei dicasteri economici prima di Eurolandia, poi dei Ventisette con l’Ecofin, avranno modo di decidere ed esternare gli orientamenti degli Stati di appartenenza.

Ma già qualche avvisaglia c’è stata.

Sicuramente meno entusiasmo è arrivato dal ministro dell’Economia tedesco, Christian Lindner, al suo esordio all’Eurogruppo. “Il Patto di Stabilità ha mostrato di essere flessibile durante la crisi, adesso è il momento di costruire lo spazio nei bilanci per rendere resiliente anche il settore pubblico”, ha detto.

Ma cosa vuole davvero il nuovo governo a guida del cancelliere Olaf Scholz? Sicuramente che ci sia un legame tra il dossier debito e quello sull’unione bancaria. “Sono molto a favore di una riduzione del debito pubblico è importante anche per l’Unione bancaria risolvere il nesso tra banche e debito sovrano”, ha spiegato Lindner, evidenziando che la Germania è “aperta a progressi, ma va trovato un equilibrio intelligente fra debito e investimenti”.

Christian Lindner
Il ministro delle finanze tedesco Christian Lindner (a destra) e il Cancelliere tedesco Olaf Scholz (sinistra), durante una sessione del Parlamento tedesco. EPA/CLEMENS BILAN

Una frase del ministro di Berlino ha colpito in modo particolare: “Siamo realisti, non siamo sognatori”. Una stoccata con ogni probabilità rivolta a Bruno Le Maire, ministro delle finanze francese, che aveva parlato della necessità di alleggerire le regole del Patto per stimolare e dare priorità alla crescita. L’asse Roma-Parigi che insieme a Portogallo, Spagna e Grecia chiede da tempo un cambio di passo rispetto alle politiche rigoriste di bilancio non convince evidentemente, non ora, la Germania.

Più esplicito ancora è stato però il ministro austriaco, Magnus Brunner, che ha sollecitato il ritorno alle regole di stabilità a crisi finita. Il fronte dei ‘falchi’’, dunque, non arretrerà facilmente rispetto alle posizioni espresse l’anno scorso. Quando Austria, Danimarca, Lettonia, Slovacchia, Olanda, Finlandia, Repubblica Ceca e Svezia firmarono un documento contro ‘una riforma affrettata del Patto di Stabilità’.

Sarà la visione calvinista ma il debito di alcuni Paesi, tra i quali l’Italia che nel 2020 ne ha cumulato per 2.569 miliardi di euro, pari al 157,5% del Pil – non convince e non ha mai convinto i Paesi del Nord, da sempre schierati per norme più severe.

C’è poi la questione dell’ulteriore debito accumulato durante la pandemia per il quale il capo dell’Eliseo, Emmanuel Macron, e il presidente del Consiglio italiano, Mario Draghi, hanno già proposto la creazione di un’Agenzia europea cui trasferirlo e avviare così una comune gestione dei debiti creati da choc economici. Un inedito nel panorama dell’Unione Europea, che si trova a fare i conti anche con i costi della transizione ecologica e di quella digitale.

Certamente siamo solo ai prodromi di una battaglia che si preannuncia senza esclusione di colpi, almeno quanto lo è stata quella sulla condivisione di debito comune che ha portato l’Ue ad emettere i famigerati ‘eurobond’.

Ci sono visioni diverse in Europa e antiche posizioni che difficilmente gli Stati cosiddetti ‘frugali’ abbandoneranno. La Germania potrebbe fare da ago della bilancia, come accaduto per il varo del Next Generation Eu. Ma per il momento non sembra avere queste intenzioni, anche se non è chiarissimo ciò che il nuovo governo guidato dalla coalizione ‘semaforo’ abbia in proposito di fare.

Da questo primo approccio – è evidente – Leindner non sembra orientato a spalleggiare Roma e Parigi, piuttosto è proteso verso il rinnovato ‘blocco’ del Nord. Vedremo.

Intanto sul tavolo dei ministri economici c’è anche la riforma del Mes, il Meccanismo di Stabilità nato nel 2012 per garantire la stabilità finanziaria della zona euro e con il quale vengono sostenuti gli Stati (aderenti) in difficoltà, che rispettino condizioni più o meno stringenti.

La riforma ha più volte scatenato in Italia conflitti tra le forze politiche ed è rimasta ‘congelata’ per più di un anno e mezzo. La ratifica è stata completata da 17 Paesi su 19. Mancano all’appello la Germania, “dove l’iter di approvazione è fermo alla Corte costituzionale” ma in via di risoluzione, e l’Italia. A quanto riferisce il direttore del Mes, Klaus Regling, Roma avrebbe già dato il suo impegno all’approvazione.

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