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Verso il Quirinale, i numeri che decideranno la partita

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Alla fine i numeri che conteranno davvero saranno soltanto due: quello dello scrutinio decisivo e quello dei voti che consentiranno di proclamare l’elezione del tredicesimo presidente della Repubblica. Il 24 gennaio alle 15 a Montecitorio si apre ufficialmente la partita per il Colle. Da mesi le forze politiche si arrovellano attorno al nome del successore di Sergio Mattarella e alle conseguenze che questa scelta potrà avere sulle sorti del governo, sia che al Quirinale ci vada il premier Mario Draghi, sia che non tocchi a lui.

Pretattiche, strategie, nomi buttati nella mischia per essere bruciati o semplicemente per vedere l’effetto che fa, dire A mentre si intende B: negli ultimi giorni l’effetto caos – generato dai tentativi dei leader di partito di dare le carte – si è moltiplicato.

E allora, forse, è proprio dai numeri che bisogna partire per provare a fare un po’ di chiarezza in un’elezione che, anche a causa della pandemia e delle conseguenze economiche che ha determinato, è ancora più complessa.

La platea dei cosiddetti grandi elettori è formata da senatori, deputati e delegati regionali: il plenum di 1009 è stato raggiunto con l’elezione di Cecilia D’Elia nel collegio di Roma 1 il 16 gennaio.

Questo vuol dire che nei primi tre scrutini, quelli in cui è necessaria la maggioranza qualificata dei due terzi, saranno necessari 673 voti mentre dalla quarta in poi, quando basterà la maggioranza assoluta, il quorum sarà di 505.

Come si presentano partiti e coalizioni ai nastri di partenza? Come ha spiegato il professor Roberto D’Alimonte in un articolo sul Sole24 ore, nessuno dei due schieramenti è autosufficiente per eleggere il nuovo capo dello Stato, ma il centrosinistra – contando però i nient’affatto scontati voti dei renziani – parte da un numero di grandi elettori leggermente superiore: 463 contro i 452 del centrodestra, comprendendo anche i delegati regionali. La grande variabile sta proprio nei restanti 94, per lo più esponenti del gruppo Misto non iscritti ad alcuna componente o comunque non ascrivibili né all’uno ne all’altro schieramento.

La storia racconta che soltanto due presidenti della Repubblica finora sono stati eletti al primo scrutinio: Francesco Cossiga nel 1985 e Carlo Azeglio Ciampi nel 1999, mentre l’elezione che ha richiesto più tempo in assoluto è stata quella che nel 1971 ha portato al Quirinale Giovanni Leone, eletto dopo ben 23 scrutini.

In teoria l’attuale maggioranza di governo avrebbe i numeri necessari per eleggere il capo dello Stato al primo tentativo, giacché ne fanno parte praticamente tutti i partiti dell’arco costituzionale tranne Fratelli d’Italia, Sinistra italiana ed ex grillini per lo più confluiti in Alternativa c’è. Al momento, però, si procede in ordine sparso. Soprattutto perché l’unico nome in grado di mettere tutti assieme è proprio quello dell’ex presidente della Bce. Se venisse eletto sarebbe la prima volta che un presidente del Consiglio ‘trasloca’ direttamente al Quirinale. Ma a quel punto si aprirebbe il problema di chi lo dovrebbe sostituire a palazzo Chigi e, ancora di più, della tenuta del governo e quindi della durata stessa della legislatura.

D’altra parte, tra i numeri che bisogna tenere a mente quando si ragiona sulle varie mosse di questa partita, c’è anche quello di deputati e senatori del prossimo Parlamento che passeranno rispettivamente da 630 a 400 e da 315 a 200. Tradotto: in troppi sanno che non ritorneranno ad occupare il seggio e prenderanno la decisione che assicurerà maggiore stabilità.

E se Italia viva votasse con il centrodestra? A quel punto il quorum dei 505 si avvicinerebbe molto, ma non abbastanza: i grandi elettori del partito di Renzi sono infatti 44 che, sommati a 452, fanno 496. A quel punto basterebbe conquistare una decina di esponenti del gruppo Misto per arrivare all’elezione. Va detto, però, che se è vero che l’ex sindaco di Firenze si è detto pronto a votare una personalità di centrodestra, allo stesso tempo ha spiegato che il nome non può essere quello di Silvio Berlusconi, al momento l’unico candidato ufficiale della coalizione.

Certo, Matteo Salvini ha già cominciato a ipotizzare un piano B, un nome d’area alternativo a quello del leader di Forza Italia se questo dimostrasse di non avere i voti sufficienti all’elezione.

Altro numero a rischio di forti oscillazioni, soprattutto vista la contagiosità di Omicron, è quello degli assenti per Covid. E’ ancora in corso il confronto tra gli schieramenti sulla possibilità di trovare una strada che consenta loro di votare in condizioni di sicurezza per tutti. Una discussione che si fa anche in punta di Costituzione. Il professor Sabino Cassese, per esempio, ha spiegato in un’intervista a Fortune Italia, di ritenere possibile e legittimo il voto a distanza ma che, ad ogni modo, la maggioranza richiesta per l’elezione del capo dello Stato è talmente alta da non vedere problemi di costituzionalità anche se ci fosse un alto numero di assenti. Va ricordato, infatti, che le soglie di 673 e 505 restano uguali a prescindere da quanti votano effettivamente.

Ma in tutti gli scrutini a voto segreto, e in particolare in quelli per la scelta dell’inquilino del Quirinale, c’è un numero sempre decisivo e impossibile da prevedere: quello dei cosiddetti franchi tiratori, ovvero persone che al riparo da occhi indiscreti votano non seguendo le indicazioni del partito di riferimento. Lo sa bene Romano Prodi che, pur indicato con entusiasmo come candidato del centrosinistra nelle elezioni del 2013, fu impallinato dai famosi 101. Andò a finire che i partiti, incapaci di trovare un qualsiasi altro nome su cui convergere, decisero di chiedere a Giorgio Napolitano di restare per un secondo mandato: è stato il primo e unico bis della storia repubblicana, almeno finora. Ma il settennato non fu mai completato, dopo due anni ci furono le dimissioni e nel 2015 fu designato Sergio Mattarella. E c’è chi continua a pensare che la storia potrebbe ripetersi.

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