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Competenze digitali, a che punto siamo?

pnrr digitale

Alcuni giorni fa il ministro Roberto Colao, intervenendo all’evento ‘l futuro dell’IA’, ha invitato il mondo delle imprese ad “assumere giovani competenti nelle aree digital, perché solo così avremo conoscenza dei fabbisogni e delle necessità”.

Un concetto ripreso e rimarcato da molti interventi successivi che, pertanto, mi hanno portato a chiedermi: a che punto siamo realmente?

I dati del Digital Economy and Society Index (DESI) 2021 hanno evidenziato come la pandemia abbia, come già tutti noi sappiamo, accelerato il processo di digitalizzazione del Paese con il 69% delle piccole e medie imprese italiane che ha raggiunto almeno un livello base di intensità digitale; l’adozione di importanti piattaforme abilitanti per i servizi pubblici digitali da parte delle pubbliche amministrazioni; e un Pnrr ambizioso che destina il 25% (pari a circa € 48 miliardi) alla transizione digitale.

Le premesse sono positive, tuttavia siamo ancora al 20° posto per indice di digitalizzazione dell’economia e ciò è dettato da un significativo ritardo di tipo infrastrutturale, ma soprattutto in termini di competenze del capitale umano: il 42 % delle persone di età compresa tra i 16 e i 74 anni è in possesso di competenze digitali di base e il 22 % dispone di competenze digitali di livello superiore.

Ecco che torniamo nuovamente al tema delle competenze. Il punto nodale della questione diventa, quindi, il sistema della formazione come ricerca e trasferimento di tali competenze.

Ebbene tale sistema, a mio avviso, è caratterizzato da un paradosso riguardante la Ricerca scientifica e un deficit derivante, invece, dalla natura del sistema produttivo italiano.

Ma procediamo per gradi. Per quanto concerne la Ricerca, il sistema Universitario italiano esprime livelli di eccellenza, soprattutto per quanto concerne la ricerca applicata, come denota il numero di finanziamenti europei intercettati negli anni per progetti di ricerca. Tuttavia si tratta di “expertise” individuate in centri di eccellenza di singoli dipartimenti e centri e non di una strategia nazionale unitaria.

Ciò nasce come naturale risposta del sistema universitario all’assenza di finanziamenti e fondi nazionali. A differenza dell’affermazione del Ministro Colao, in questo caso, è stata la necessità a determinare lo sviluppo di competenze localizzate.

L’Italia, infatti, destina alla ricerca una quota di risorse, rispetto alla spesa pubblica, decisamente inferiore rispetto ai principali Paesi europei e, troppo spesso, non erogati in maniera mirata ma a pioggia.

Ciò non permette di creare una strategia nazionale, creare i presupposti per un efficientamento del sistema né un innalzamento della qualità basata su un efficace ricambio generazionale.

Pertanto, fatte salve le importanti ma comunque poche eccellenze affermatesi, il resto del sistema di ricerca italiano resta caratterizzato da instabilità, frammentarietà della ricerca, insufficiente attrattività di talenti e perdita di competenze che emigrano.

Ed è qui che si crea, per l’appunto, un paradosso tutto italiano a cui accennavo all’inzio. Un sistema universitario riconosciuto tra i migliori in Europa e nel mondo per quanto riguarda la produzione scientifica, eppure incapace di affermarsi sui medesimi standard nella diffusione e trasferimento di tali competenze alle nuove generazioni.

È questa la realtà che emerge dai principali ranking internazionali (vedasi QS World University Rankings e Times Higher Education) in cui l’Italia conferma una qualità medio alta della formazione universitaria collocando circa il 40% dei propri Atenei, costantemente, nelle prime 1000 posizioni ma non riesce mai ad eccellere in maniera tale da raggiungere le prime 100.

Ciò determina un gap di attrattività di giovani talenti molto importante a vantaggio degli Atenei europei e internazionali che riescono, invece, a posizionarsi stabilmente nella top 100.

Un gap che, purtroppo, non trova una compensazione nel sistema produttivo che, nonostante rappresenti l’eccellenza italiana nel mondo, accentua tale differenziale di competitività a causa della sua caratteristica composizione di micro, piccole e medie imprese, impreparate o incapaci di effettuare importanti investimenti in ricerca e sviluppo.

Pertanto, tornando all’invito del ministro Colao, se vogliamo che le imprese assumano giovani competenti, dobbiamo creare, attorno a loro, un “sistema di competenze” nazionale che investa in maniera mirata sull’innovazione che parta dalla ricerca e approdi al sistema produttivo ma sempre incentrata sui nostri giovani.

Oggi, grazie al Pnrr abbiamo l’opportunità di creare tale sistema, ma non basta avere i fondi se prima non elaboriamo processi efficaci.

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