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Come si crea una startup? Il venture building di Foolfarm

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Qual è il percorso più efficace per mettere in piedi una startup, creare innovazioni concrete e utili, raccogliere investimenti, arrivare alla scalabilità ed eventualmente a un exit? La ricetta può cambiare in base alle circostanze, e al settore in cui è attiva la startup. Nel deep tech, quello in cui le imprese si occupano di innovazioni tecnologiche più profonde, il modello dei venture builder (o degli startup studio, i due termini vengono spesso utilizzati come sinonimi) sta prendendo sempre più piede, anche in Italia.

L’italiana Foolfarm è proprio un venture builder: costruisce startup. È una società per azioni (anche se si definisce una ‘startup che crea startup’) fondata da Andrea Cinelli (ideatore di Libero.it, Alice, Inventia) che ha appena presentato anche la holding FoolCapital: a disposizione, con il supporto di un gigante come KPMG, ci saranno 25 mln di euro per far nascere 50 startup entro il 2027. Il lancio della nuova holding avverrà nell’investor day del 18 maggio. Il fondo punterà a far crescere il mercato dei venture builder in Italia investendo sia nelle startup di FoolFarm che in quelle di altri venture builder italiani, purchè le startup stesse siano basate su criteri oggettivi di venture building.

A differenza di incubatori (dove gli imprenditori vengono aiutati a sviluppare nuove idee) o acceleratori (dove vengono ospitate e aiutate startup già esistenti), nello startup studio o venture builder la startup viene creata con un’idea già precisa in mente, magari commissionata da un’azienda.

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Il Ceo di FoolFarm, Andrea Cinelli

La società di Cinelli, in particolare, crea imprese da zero e le porta sul mercato seguendo un processo “industriale”. Da una parte si selezionano i progetti, si creano e si lanciano le startup (un modello che viene chiamato di solito startup studio). Dall’altra si progetta in base alle richieste delle aziende, che sempre più spesso si affidano all’open innovation e a startup esterne per creare nuovi servizi (il venture building).

FoolFarm si è da subito specializzata in tre settori: intelligenza artificiale, cybersecurity e blockchain. Finora le startup create sono state due, con la terza in arrivo. Come si potrà arrivare alle 50 del 2027? Diciannove di queste, spiega Cinelli, verranno create con il modello FoolFarm LAB (creazione da zero di Startup basate su brevetti FoolFarm) e 31 nasceranno dal modello FoolFarm GARAGE (co-fondazione di startup da zero con nuovi imprenditori).

Gli obiettivi? Per il 2027 il Ceo prevede “dieci milioni di euro di fatturato, e una valuation tra 70 e 100 mln”. E, tra le altre cose, la quotazione in Borsa: “Il nostro obiettivo è un’Ipo entro 5 anni”. La valutazione odierna è di 20 mln, dai 5 di due anni fa, ci sono 20 dipendenti e un investor community da 120 membri.

Entro il 2022 si arriverà a 8 startup: FoolFarm organizza un investor day ogni 4 mesi, e il prossimo sarà il 18 maggio, in cui verrà lanciata Fragmentalis, una startup che si occupa di polverizzazione dei dati. Tra le startup già nate ci sono IIO, una piattaforma voce, una sorta di Alexa italiana basata su 3 tecnologie brevettate, e VoiceMe, che punta ad innovare il mondo dei pagamenti tramite voce e che ha già raggiunto una valutazione da 10 mln di euro.

La filosofia, dice Cinelli, che ha creato FoolFarm dopo l’exit della sua Inventia con la cessione al gruppo Crif (che è anche secondo azionista di FoolFarm dopo il round da 7 mln del 2020), è di “Dual Entity”, un modello di investimento che, accoppiando tra loro studio e fondo d’investimento, allinea gli interessi sia tra le due identità, sia con gli investitori. “Il mio obiettivo”, dice Cinelli parlando di FoolCapital, “è avere una società che partendo da FoolFarm vada a investire in startup esterne che sono oggettivamente costruite con il metodo del venture building”, dice Cinelli.

Le startup create devono uscire in poco tempo, spiega il fondatore: la regola è 36 mesi. Non è facile, perché spesso le startup hanno bisogno di tempi più lunghi per crescere, e anche perché il settore scelto da Cinelli (AI, cybersecurity, blockchain) fa parte del deep tech, dove le innovazioni possono essere rivoluzionarie, ma spesso hanno anche bisogno di tanto capitale, per farcela. Per questo la ricetta di FoolFarm si basa, così tanto, sui brevetti (le startup dell’azienda sono sempre sviluppate a partire da brevetti), che oltre a essere fondamentali per la creazione di nuove tecnologie diventano anche un valore tangibile per gli investitori. “Siamo in un mondo diverso da quello tradizionale”.

“Partiamo dall’alta tecnologia per creare non soltanto delle soluzioni uniche, ma anche offrire agli investitori obiettivi importanti”, con una base di partenza più solida: nel mondo delle startup “c’è un tasso di caduta molto elevato”, dice Cinelli. “I nostri sono modelli non vanno mai sotto un success rate del 70%”.

I modelli per creare un ecosistema di startup sono diversi. Quello scelto da Cinelli (secondo lo stesso Cinelli) ha numeri migliori: “Rispetto a una media di unicorni dell’1% nell’intero ecosistema startup, nei venture builder la cifra sale al 5%”.

Secondo una ricerca di Gssn (Global Startup Studio Network) del 2020, in media le startup create dagli Startup studio arrivano a un round seed i in 10,7 mesi, e dal round seed a quello di serie A in 14,5 mesi. Per le altre startup, le tempistiche sono di 20 e 25 mesi, rispettivamente. In pratica, una startup tradizionale ci mette il doppio del tempo a raggiungere un round di Serie A. Cambiano anche i tempi delle exit (acquisizioni o quotazioni): una startup normale ci arriva in 6-7 anni, una creata da uno startup studio ci arriva in meno di 4 anni. L’84% delle startup che escono dagli Startup studio arrivano a un round seed. Di quelle startup, il 72% arriva al round A, mentre con le startup tradizionali il dato scende al 42%. In definitiva, il 60% di tutte le aziende create dagli Startup studio arriva a un round di serie A. L’IRR (internal rate of return), metrica utilizzata per indicare la profittabilità degli investimenti, è del 21% nelle startup tradizionali e del 53% nelle startup degli startup studios.

Screenshot dal white paper Gssn ‘Disrupting the venture landscape’

Secondo Cinelli il segreto dei numeri è il controllo che si ha sulla startup, dalla sua nascita. “Spesso le startup nascono e vengono lasciate a se stesse, e il failure rate si alza. Hanno di solito sempre gli stessi problemi: mancanza di proprietà intellettuale e di risposta a esigenze di mercato precise”. Un problema particolarmente attuale in Italia: “Secondo alcune ricerche siamo uno dei più grandi produttori di brevetti al mondo e solo lo 0,2% di quei brevetti viene sfruttato dalle imprese. In America la percentuale è del 12%. In Francia e Germania del 9%. Non facciamo abbastanza technology transfer”.

Altro fattore competitivo importante, per un venture builder: capire quando un’impresa non funziona, e agire di conseguenza. “Se una startup non supera la fase di validazione la chiudiamo. Per me se una startup nei primi tre anni non esprime potenziale in termini di fatturato e valutazione, va ripensata. E se già dopo 4 mesi la prova del mercato non va, si torna al punto di partenza con la tecnologia sviluppata fino a quel punto e ci si riposiziona, non c’è mai spreco di idee e lavoro”.

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