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Il tech non è donna: solo il 16% è impiegato nell’Ict

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Oggi si celebra il Girls in Ict Day, giornata mondiale promossa dalle Nazioni Unite per sensibilizzare sul tema del gender gap lavorativo tra uomini e donne nei settori tecnologici. In Italia il divario è ancora molto alto: l’84% degli impiegati è uomini e le donne guadagnano il 16% in meno.

In realtà, forse non tutti sanno che il primo programmatore della storia dei computer è stata una donna: nel 1843 Ada Lovelace fu la prima persona a sviluppare un algoritmo espressamente pensato per essere elaborato da una macchina analitica in grado di generare i numeri di Bernoulli.

Dopo oltre 170 anni il rapporto lavorativo tra donne e tecnologia è però ancora pieno di insidie e di ostacoli e stenta a seguire la strada luminosa tracciata dalla matematica britannica.

Il gender gap nei settori Ict

Un divario ancora oggi importante che non è diminuito nel corso degli anni: secondo gli ultimi dati Eurostat, l’Italia è quintultima per percentuale di donne impiegate nei settori Ict con il 16%. Solo Polonia (15%), Ungheria (12%), Malta (11%) e Repubblica Ceca (10%) fanno peggio. Al contrario, i paesi più virtuosi in questa classifica sono Bulgaria (28%), Grecia (26%) e Romania (sempre 26%); Francia e Spagna si attestano poco sopra la media europea (19%) con il 20% mentre la Germania non arriva al 18%.

Ma non è tutto: a queste differenze si deve sommare un rilevante gender pay gap: secondo il Women in Digital Scoreboard 2021 divulgato dalla Commissione Europea, in Italia, a parità di mansione, un uomo guadagna il 16% in più di una donna.

Non se la passano meglio in Europa: solo il 19% degli specialisti che lavorano nell’Ict sono donne e circa un terzo dei laureati nelle discipline Stem sono ragazze. In Europa il gender pay gap raggiunge addirittura il 19% e, secondo un calcolo effettuato dal network internazionale WomenTech, ci vorranno quasi 134 anni per arrivare ad una situazione di parità di trattamento economico.

La disparità finanziaria tra uomo e donna

La disparità si riflette anche in ambito economico-finanziario. L’anno scorso, come riportano i dati di Taxfix, tra gli utenti che hanno gestito la propria dichiarazione dei redditi appena il 32% erano donne. Inoltre, secondo una ricerca di Episteme del 2017, il 37% delle donne non possiede un conto corrente. Questo accade principalmente per due motivi: perché dipendono economicamente da qualcun altro o perché affidano la gestione del proprio guadagno al partner. In entrambi i casi non risultano quindi indipendenti.

“Dal momento che il tasso di occupazione femminile è al 49%, le donne vengono tenute lontane dalla produzione di denaro e quindi dalla sua gestione” spiega a Fortune Italia Azzurra Rinaldi, economista e direttrice della School of Gender Economics all’Università Unitelma Sapienza di Roma. “Ma la distanza rispetto al denaro ha anche radici di matrice legata alla cultura economica del nostro Paese: parlare di denaro viene considerato volgare, soprattutto se a farlo è una donna. Su questo punto si può intervenire promuovendo l’educazione finanziaria delle bambine, ma anche normalizzando, tra le adulte, la narrazione condivisa sul denaro. Che deve entrare a far parte delle conversazioni quotidiane”.

Una recente ricerca italiana del Museo del Risparmio di Torino, con l’obiettivo di misurare il grado di consapevolezza della popolazione femminile nella gestione del denaro, ha confermato un divario di genere nell’amministrazione delle finanze: le donne esprimono minor interesse, solo il 50% si dichiara competente o in possesso di una conoscenza minima, mentre la maggior parte evidenzia come sia difficile avvicinarsi alle questioni economico–finanziarie per via del contesto sociale in cui viviamo.

“Il nostro Paese sconta un’impostazione inefficiente da un punto di vista strettamente economico, oltre che profondamente iniqua” afferma Rinaldi. “La divisione del lavoro tra compiti di riproduzione (da svolgersi prevalentemente in casa, non retribuiti, tradizionalmente affidati alle donne) e compiti di produzione (da svolgerai fuori casa, retribuiti, assegnati agli uomini) determina un sovraccarico femminile delle attività di cura non retribuite. E questo tiene le donne italiane lontane dal mercato del lavoro. L’ultimo Rapporto BES pubblicato dall’Istat qualche giorno fa riferisce nuovamente di una disparità di genere sul mercato del lavoro che trae origine proprio da questi meccanismi”.

Qualcosa però sta finalmente cambiando: una ricerca della Banca d’Italia del 2020 ha riportato come questo divario si vada assottigliando considerevolmente nelle generazioni più giovani.

Invertire la rotta

Quello del divario salariale e lavorativo tra uomini e donne  è un problema che coinvolge anche le big tech d’oltreoceano, anche se con numeri leggermente migliori: secondo una recente indagine di Statista elaborata su dati 2021 provenienti dalle aziende, la percentuale di donne impiegate nei ruoli tecnici all’interno di Facebook, Apple, Google e Microsoft è compresa tra il 23 e il 25%.

Anche in Italia alcune realtà stanno provando ad invertire la rotta. Una di queste è Primeur Group, multinazionale italiana leader nei servizi di data integration che nel suo piano di crescita aziendale si sforza da tempo di attrarre professioniste: “Dal 2021 abbiamo assunto più di 50 profili e il 40% sono donne (il doppio della media italiana) – illustra Maria Letizia Manfredi, Hr director di Primeur Group – Attualmente abbiamo impiegate circa 200 persone e l’obiettivo che ci poniamo mentre continuiamo a crescere è quello di ridurre il gender gap diventando un esempio per il settore Ict”.

Questa situazione deve essere inquadrata all’interno di un periodo storico ribattezzato dall’Unione europea “decennio digitale”: entro il 2030, infatti, si dovrebbero raggiungere i 20 milioni di lavoratori all’interno del settore Ict, ma ad oggi non si è arrivati nemmeno alla metà di quella cifra. Le aziende stanno affrontando due problematiche: da una parte il ritardo nella digitalizzazione dei processi aziendali e, dall’altra, la difficoltà a reperire profili altamente specializzati negli ambiti professionali emergenti, come data science, cloud computing, intelligenza artificiale.

Trasversalità, inclusione e diversificazione, e quindi anche una maggior presenza femminile, sono fattori determinanti per il successo di un’azienda. Eppure, quando si parla di carriera lavorativa, le donne continuano a essere vittime di pregiudizi e discriminazioni.

Secondo uno studio di McKinsey dal titolo ‘Repairing the broken rung on the career ladder for women in technical roles’, solo 52 donne vengono promosse a manager ogni 100 uomini per quanto riguarda i ruoli tecnici, mentre la forbice diminuisce se si prendono in considerazione tutti i settori: in quel caso vengono promosse 86 donne ogni 100 uomini. Un recente sondaggio della società di ricerca New View Strategies, che ha intervistato oltre mille donne impiegate in profili tecnici di aziende Ict, ha mostrato che la principale sfida che devono affrontare le donne è proprio la mancanza di opportunità di fare carriera (52%), seguita dalla mancanza di modelli di ruoli femminili da seguire (48%). Tutte queste difficoltà portano anche a decisioni drastiche: il 38% sta pensando di lasciare il lavoro entro i prossimi due anni.

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