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Verso la stagflazione, cosa dobbiamo aspettarci

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Calo della crescita e rialzo dell’inflazione: tecnicamente siamo in stagflazione. Al netto di energia e alimentari l’aumento generalizzato dei prezzi sale ancora, incidendo su quella che viene definita inflazione ‘di fondo’ o ‘di base’. Da trent’anni non si registrava un balzo inflattivo così alto come nel primo trimestre 2022, anche se a marzo il caro-energia è rallentato sensibilmente.

Nel frattempo il Pil si contrae: il segno meno è riapparso dopo un 2021 contrassegnato dal segno più. Una frenata meno forte di quanto anche il Def, il Documento di Economia e Finanza del governo Draghi, abbia calcolato. Ma pur sempre una diminuzione (-0,2% a fronte della previsione di un -0,5%) che resta un segnale da leggere con molta attenzione.

La preoccupazione di entrare in una fase di recessione aumenta se si pensa all’incertezza determinata dalla guerra in Ucraina. Quanto durerà il conflitto è impossibile calcolarlo, nessuna previsione economica nel breve e nel medio termine avrebbe fondamento in dati di realtà. Due settimane fa a Washington si sono riuniti per il G20 i ministri delle finanze e i banchieri centrali delle potenze economiche mondiali ma non un documento congiunto è stato prodotto. Una chiara indicazione che le variabili sono tante, forse troppe, e che mantenere un indirizzo comune in una fase di cambiamenti tanto veloci, quanto inaspettati, è davvero difficile.

Ci lasciamo condurre nel complesso mondo delle conseguenze di due crisi, prima la pandemia, ora il conflitto russo-ucraino in corso da settanta giorni, dall’economista Andrea Fracasso. Professore ordinario di Politica economica all’Università di Trento, direttore fino al 2020 della Scuola di studi internazionali, Fracasso chiarisce che le principali cause della battuta di arresto dell’economia risiedono nel prezzo delle materie prime e nella guerra in Ucraina. “I dati più recenti e quindi le previsioni di crescita sono in effetti meno favorevoli di quanto non fosse stato stimato, in parte un po’ ottimisticamente, alla fine dello scorso anno. Il Fondo Monetario Internazionale ha recentemente ridotto le previsioni per il 2022 da una crescita mondiale del 4,9% al 3,6%. E anche questa previsione potrebbe essere ottimistica. Sicuramente, l’aumento nei prezzi delle materie prime, dei prodotti energetici e di alcuni beni chimici e agricoli pesa molto sulle prospettive di crescita”.

Spiega che “si aggiungono le tensioni geopolitiche determinate dalla guerra in Ucraina, che riducono il commercio internazionale e i colli di bottiglia nelle catene internazionali di produzione che provocano scarsità di componenti, ritardi nella produzione e ulteriori tensioni sui prezzi”. Poi c’è “il rallentamento dell’economia cinese, dovuto all’effetto delle misure restrittive per contenere la pandemia e alle tensioni sul mercato immobiliare. Un quadro tutt’altro che roseo”.

Ma cosa dobbiamo aspettarci sul caro energia? “Dirlo è estremamente difficile perché richiede previsioni sui tempi e sulle modalità di conclusione del conflitto, così come delle sanzioni. Questa incertezza, incidentalmente, è una delle maggiori fonti di tensione sui mercati. Ciò che sembra essere molto improbabile è il ritorno a breve termine del livello dei prezzi a valori precedenti”.

L’inflazione è un’ombra insidiosa nel quadro economico. In Italia cresce quella ‘di base’ e questo significa che l’aumento dei costi delle materie prime per produrre energia sta contagiando il resto. “Una elevata inflazione provoca effetti negativi sulla distribuzione dei redditi, sulla produzione e sulle scelte di investimento e risparmio”, sottolinea l’economista. “Per questa ragione viene attribuito alle Banche centrali il compito di assicurare la stabilità dei prezzi nel medio termine, anche a costo di ridurre la crescita. Il rischio in Europa e in Italia è duplice. Se l’inflazione dei prezzi dei beni si trasferisse velocemente ai salari, questo potrebbe innescare una spirale inflazionistica molto pericolosa. Se non si verificasse nessun aggiustamento degli stessi per recuperare la perdita di potere di acquisto verrebbero penalizzate le persone più fragili e i redditi più bassi. Ciò evidenzia che la via entro la quale le autorità possono muoversi è molto stretta”.

In questo ambito entrano in gioco le politiche monetarie della Banca Centrale Europea. Finora l’istituto guidato da Christine Lagarde ha chiuso il programma straordinario di acquisto titoli, Pepp, ed entro il terzo trimestre di quest’anno chiuderà quello ordinario, App. Ma la grande incognita resta il rialzo dei tassi di interesse.

Per frenare nell’eurozona l’impennata dell’inflazione potrebbe deciderne l’aumento già quest’anno. “La Bce ha un mandato chiaro in relazione alla priorità della stabilità dei prezzi, ma ha anche spiegato in passato come questo obiettivo non possa essere perseguito a costo di mettere a repentaglio la stabilità dell’euro e la trasmissione della politica monetaria nell’intera eurozona. Per questo dovrà usare molta cautela nell’operare. Da un lato, ci sarà un progressivo rialzo dei tassi di interesse di policy e una riduzione degli acquisti di titoli sul mercato. Dall’altro, Francoforte cercherà di garantire un contenimento dei differenziali di interesse tra Paesi e tra operatori. È assai probabile che un aumento dei tassi avvenga già a partire dall’estate, anche per ridurre il differenziale con i tassi negli Stati Uniti”.

Negli Usa la Federal Reserve ha già alzato il costo del denaro. “La situazione è meno controversa dal punto di vista della Banca centrale americana”, ci spiega Fracasso. “Negli Usa l’economia finora è stata in crescita, l’occupazione elevata e i problemi dell’energia sono più contenuti. La Fed ha avuto un incentivo maggiore a intervenire per ridurre, o almeno stemperare, le spinte inflative”.

C’è però un ‘ma’. Aumentare il costo del denaro ha effetti sugli investimenti e sulla crescita, se rallentano i primi rallenta anche la seconda. “Questo è il problema della Bce, tipico dei periodi di stagflazione, ovvero delle fasi caratterizzate da inflazione elevata, bassa crescita e occupazione al di sotto del livello potenziale. A questo si deve aggiungere la situazione di alcuni Paesi dell’area euro, tra cui il nostro, che potrebbero soffrire del riaprirsi degli spread con il conseguente peggioramento nelle prospettive di sostenibilità del debito pubblico”.

Negli Stati Uniti nel primo trimestre 2022 si è verificata una contrazione del Pil e molti lo addebitano alle scelte della Fed. Ma il professore chiarisce che “l’intervento era necessario data la componente inflativa dovuta a una crescita rapida della domanda, pubblica e privata. La Fed doveva raffreddare un’economia surriscaldata. A ben guardare, i tassi sono ancora ampiamente inferiori all’inflazione attesa, e questo denota un carattere espansivo della politica monetaria. Ciò detto, è chiaro che l’eventuale aggravarsi delle situazione economica negli Stati Uniti, dovuto ai citati fattori internazionali, potrebbe portare a un qualche rallentamento nel passo con cui la Fed intende rialzare i tassi di interesse in futuro”.

E nell’eurozona cosa accade? “Certamente esiste la possibilità di fare il passo da bassa crescita a recessione, sempre in un contesto di inflazione elevata. Devo però osservare che potrebbe essere un po’ sviante focalizzarsi sulla terminologia tradizionale perché il contesto oggi è quello di una rapida crescita di rimbalzo dopo una gravissima caduta del Pil a seguito della pandemia. Anche una crescita discreta potrebbe lasciare l’economia a un livello lontano da quello registrato prima della pandemia e dal prodotto potenziale di piena occupazione. L’obiettivo di riferimento, crescita o livello del Pil, andrebbe esplicitato chiaramente”.

Resta da capire quali scelte sia più giusto operare in un’Europa che vede al suo confine orientale una guerra devastante, che oltre ad avere drammatici risvolti umanitari sta cambiando rapidamente equilibri geopolitici e geoeconomici con ripercussioni a livello globale.

Non ci sono dubbi: “L’elemento fondamentale è la fine del conflitto. L’incertezza e i rischi ad esso connessi sono le principali determinanti delle tensioni sui mercati dell’energia e dei beni agricoli”. Cosa chiediamo allora alle istituzioni di Bruxelles? “Sul piano economico, la protezione dei redditi deve passare attraverso azioni che permettano di ridurre i prezzi collettivi di acquisto delle materie prime e dell’energia. Utilizzare solo misure di riduzione dei prezzi al consumo, utili contro la povertà e la possibile spirale prezzi-salari nel breve termine, potrebbe essere rischioso nel medio periodo perché impedirebbe al mercato di rispondere a un cambiamento strutturale di contesto. La spinta alla produzione e distribuzione di energia proveniente da fonti rinnovabili è un altro fattore cruciale nel medio termine. Le misure in questo campo, tuttavia, dovrebbero favorire quelle soluzioni tecnologiche che non gravano sulle materie prime e sulle componenti i cui prezzi sono aumentati e la cui disponibilità è scarsa in Europa”.

Dunque il nodo vero è “mettere a punto un mix di politiche macroeconomiche, microeconomiche, redistributive e strutturali piuttosto articolato, che deve poi essere declinato in modo coerente a livello nazionale. Un’altra prova per l’Unione Europea tutt’altro che facile”.

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