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Premier League, altro che crisi: la qualità si paga

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Il tetto al costo dei biglietti per le partite in trasferta a 30 sterline, ovvero poco meno di 35 euro. Ma anche l’aumento in oltre la metà dei club del prezzo degli abbonamenti per le gare casalinghe. La Premier League è ormai presa come un modello di riferimento non solo per la Serie A ma anche per gli altri campionati nazionali in Europa.

Stadi pieni, moderni e funzionali, i migliori calciatori del mondo, partite interessanti a un ritmo altissimo, il confronto tra i migliori allenatori, da Guardiola a Klopp, Tuchel, Antonio Conte. Insomma, è uno spettacolo di qualità. E la qualità generalmente si paga, anche nello sport. Ma è anche vero che il Regno Unito, come l’Italia, l’Europa e il resto del mondo, sta affrontando un periodo economico turbolento. Sono compatibili questi aumenti con la possibilità di spesa degli inglesi e in generale degli appassionati della Premier?

I costi alle stelle di Arsenal e Tottenham

Bloomberg è andato a fare le pulci al costo minimo di un abbonamento in tutti i club di Premier League: oltre la metà delle società (11 su 20) ha deciso di alzare i prezzi rispetto alla scorsa stagione. E in generale l’innalzamento dei costi rispetto all’ultima stagione di Premier prima della comparsa della pandemia rileva una netta crescita della spesa per assistere alle partite casalinghe.

Tra gli esempi più calzanti, l’Arsenal e il Tottenham. I Gunners hanno fissato il costo minimo per un abbonamento a 1080 euro (2133 euro il costo di un abbonamento nel settore più costoso dello stadio), con aumento di oltre 41 euro rispetto all’edizione 2019/2020 del campionato inglese.

Per il club allenato da Antonio Conte invece l’aumento è stato più contenuto, l’abbonamento minimo costa 940 euro, 14 euro meno rispetto all’ultima edizione precedente alla pandemia, 47 euro di media a partita. Ma per i tifosi facoltosi degli Spurs nell’iconico e ipertecnologico nuovo impianto costato quasi un miliardo di euro c’è da spendere fino a 2350 euro (117 euro in media a partita) per un abbonamento.

Secondo Bloomberg, un residente del distretto locale di Haringey dovrebbe spendere il 90% del suo salario mensile per un abbonamento di questo tipo, invece il costo dell’abbonamento più economico corrisponde a un terzo dello stipendio mensile di un tifoso del Tottenham.

Dall’analisi di Bloomberg emergono alcune certezze, cioè che il calcio costa parecchio soprattutto a Londra (in attesa della politica sui prezzi della nuova proprietà del Chelsea) e che alcuni colossi come Manchester United e Liverpool hanno invece deciso di mantenere inalterati i prezzi rispetto al 2019/2020, con il costo minimo di un abbonamento a 620 euro.

Una scelta controcorrente, soprattutto da parte della dirigenza dei Reds, finalisti in Champions League, secondi in Premier League al fotofinish e reduci da una serie di stagioni ad altissimo livello, con campagne acquisti a cinque stelle. L’ultimo arrivo è l’attaccante uruguaiano Nunez dal Benfica per 75 milioni di euro e 25 milioni di bonus.

Ma dall’indagine di Bloomberg emerge anche la scelta del Manchester City che chiede “appena” 404 euro per un abbonamento nell’area più a buon prezzo dell’Etihad Stadium e del Southampton che va ancora di più controcorrente, tagliando di 164 euro l’abbonamento, che costa circa 465 euro. Mentre l’abbonamento più economico lo offre il West Ham, 345 euro per le 20 partite in casa.

Insomma, il trend dei costi schizza verso l’alto in un sistema che al momento sembra reggere l’urto dal punto di vista economico. Anche se la pandemia è costata alla Premier League, tra mancati incassi al botteghino, una sforbiciata sui diritti tv e la fuga di qualche sponsor: quasi tre miliardi di euro che non sono stati ancora ammortizzati dalla lega e dalle società.

In un certo senso la decisione presa all’unanimità dalle società di piazzare un tetto da 30 sterline al costo delle trasferte è un tentativo di ascoltare la voce dei tifosi e di non rendere la Premier League un torneo d’elite. Il tetto è in vigore dal 2016/17, sarà rivisto alla fine del 2025, ma non basta a scalfire l’idea che il torneo inglese stia diventando prevalentemente una questione per ricchi o quasi. 

Diritti tv e marketing

L’assunto di base della Premier è in sostanza che la qualità alta si paga. Anche dopo la pandemia, che ha inciso parecchio sui conti dei club del torneo, che sono dovuti ricorrere a prestiti, dal Tottenham che si è fatto prestate 197 milioni di euro dalla Banca d’Inghilterra con un tasso di interesse allo 0,5%, al Manchester United della famiglia americana Glazer, mutuo da 140 milioni di euro acceso con Bank of America.

E diversi tabloid scrivevano anche che per scovare liquidità in breve tempo qualche società avrebbe chiesto ingenti somme a istituti finanziari con alto tasso d’interesse.

Ma dopo l’emergenza la Premier è ripartita, raccogliendo per la cessione dei diritti tv all’estero per i prossimi anni sino a quasi sei miliardi di euro, poco più di quanto incassa per i diritti domestici da Sky Sports e BT Sport fino al 2025.

Il sistema insomma regge, fondandosi sulla grande capacità di produrre ricavi. Nel report Money Football League pubblicato a febbraio da Deloitte ci sono dieci club di Premier nelle prime 20 posizioni, con in testa il Manchester City (644 milioni di euro) e la presenza di Liverpool, Chelsea e Tottenham nella top ten.

Producono dividendi, oltre ai diritti, i mercati esteri, soprattutto in Estremo Oriente, che la Premier ha sondato per prima tra le leghe europee, soprattutto in quei paesi, tipo Singapore, con un legame storico, coloniale, con il Regno Unito. E c’è da considerare anche la grande propensione al consumo del popolo inglese che rende il matchday ricchissimo per le società inglesi.

E quindi ci sono le risorse per ammodernare gli stadi, quasi tutti di proprietà, di investire sui calciatori, avendo un torneo di qualità e tribune sempre piene. Solo l’Everton e il Derby County hanno fatto segnare negli anni un passivo di bilancio, al punto che la Premier League viene percepita come la Nba del calcio europeo.

Se ci fosse stato bisogno di un’ulteriore prova, c’è la cessione del Chelsea a Todd Boehly per quasi cinque miliardi di euro, nonostante Roman Abramovich fosse praticamente costretto a vendere, braccato dal governo inglese, dall’Ue e dagli Stati Uniti per l’antica vicinanza a Putin. Una cifra in apparenza fuori mercato e decisamente superiore alla cessione per 4,5 mld di dollari dei Denver Broncos, una delle franchigie della Nfl, la lega più ricca al mondo, che muove oltre 12 miliardi di dollari annui.

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