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Dal tennis al calcio, il gender gap nello sport

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Il gender gap c’è anche nello sport. Parità salariale, diritti legati al welfare come pensione, malattia: ci sono gli stessi steccati che si ritrovano in altri settori della società contemporanea. Dal tennis, che è la disciplina che forse ha fatto di più, a calcio, basket, volley, golf. In Europa come in America, Asia.

Qualcosa si è ottenuto negli ultimi decenni. Molto resta da fare, come ha spiegato in una recente intervista alla Cbs Serena Williams, leggenda del tennis, 24 prove del Grand Slam ma anche imprenditrice di successo e paladina dei diritti delle atlete.

Secondo un’analisi della Bbc, nell’83% dei casi, su 63 discipline esaminate, ci sarebbe parità retributiva. La sensazione è che il dato sia sin troppo ottimistico sulla situazione del gender pay gap. Soprattutto nella mappatura delle serie inferiori degli sport di squadra, quelli spesso lontano dai riflettori, dove le tutele spesso latitano.

Restano in ogni caso degli ostacoli, una specie di muraglia, secondo cui i maggiori guadagni riservati agli uomini sono dovuti al giro d’affari che generano, specie in alcuni sport (calcio, basket, golf) e al maggiore fascino esercitato su sponsor facoltosi e sulle tv, con una copertura mediatica assai più approfondita rispetto agli sport al femminile.

Il ruolo di Serena

La battaglia per la parità salariale e non solo di Serena Williams è partita più di cinque anni fa. Progetti e pubbliche prese di posizione a favore delle mamme lavoratrici, anche nel tennis, che a causa della maternità erano costrette allo stop all’attività agonistica, prive di alcun diritto, perdendo guadagni e anche posizioni nella classifica mondiale.

Ma la Williams è andata oltre, ha creato un fondo d’investimento che porta il suo nome, Serena Ventures, che punta ancora adesso su iniziative imprenditoriali in diversi settori di donne, neri e giovani statunitensi senza uno sbocco finanziario per le proprie idee.

Un progetto improntato sulla creatività, sul processo di crescita individuale e che ha portato dividendi, come ha spiegato la stessa Serena, con fondi piazzati su oltre 30 attività, che sul mercato al momento varrebbero circa 12 miliardi di euro. Food, salute, moda. Nel frattempo, Serena ha aderito alla campagna per i diritti delle donne, #MeToo.

La leggenda americana ha sempre insistito sul superamento del gender pay gap tra tennisti e tenniste.

Una battaglia iniziata nel 1968, che ha portato in prima fila un’altra leggenda della racchetta, Billie Jean King, prima a rinunciare a giocare il torneo di casa, lo Us Open, poi a fondare il circuito tennistico femminile – Women’s Tennis Association, WTA – ottenendo, almeno nel torneo americano, la storica parità di retribuzione.

Solo dal 2017 è stanziato lo stesso premio montepremi nelle quattro prove del Grand Slam, Wimbledon è stata l’ultima, con fatica, ad accodarsi al treno. Quando il torneo inglese si è uniformato alla parità retributiva sono state silenziate anche voci dissenzienti, come quella di Novak Djokovic, che nel 2016 si fece qualche nemico, ma neppure così tanti, spiegando che fosse giusto pagare di più gli uomini, più seguito negli stadi, con maggiori introiti per gli organizzatori dei tornei.

In una lettera a Vogue a marzo 2021 la stessa sorella minore Williams ha sottolineato un rapporto del World Economic Forum del 2019 secondo cui in 257 anni si sarebbe consumata la parità salariale tra i sessi, un quadro assai peggiorato con la pandemia, che è andata a colpire soprattutto le donne.

Le risposte al gender gap nel calcio

E se il tennis ha quasi del tutto risolto la questione, anche il calcio, spesso allergico alle rivoluzioni e comodo nella sua comfort zone, sta fornendo risposte convincenti sulla parità salariale tra uomini e donne.

Certo, il miglioramento non è riscontrabile ovunque, restano numeri che fanno storcere il naso. Per esempio nel 2019, ultimo anno di riferimento pre-pandemia, Leo Messi ha incassato tra campo e sponsor oltre 127 milioni di dollari. Per Megan Rapinoe, stella della nazionale americana e testimonial della campagna per l’annullamento del gender pay gap, si è arrivati vicini ai sei milioni di dollari.

Nelle ultime ore la federcalcio olandese ha annunciato che da luglio uomini e donne in nazionale saranno pagati allo stesso modo, concludendo un lavoro sul contratto collettivo che era iniziato tre anni fa.

L’Olanda è stata preceduta dagli Stati Uniti. A maggio è stato sottoscritto un accordo collettivo che riconosce pari retribuzione e diritti (tra cui la tutela della privacy) dopo anni di proteste e pure l’intervento della politica. Non solo stessi stipendi, ma anche stessa ripartizione dei contributi che arrivano dall’Uefa, anche quelli derivanti dalla Coppa del Mondo.

Tre anni fa c’è stata anche la causa collettiva di alcune atlete della nazionale femminile (quattro mondiali vinti negli ultimi due decenni) contro la federcalcio per comportamenti denigratori, 55 milioni di euro richiesti ai sensi dell’Equal Pay Act e del titolo VII del Civil Rights Act, nonché le retribuzioni arretrate non corrisposte.

Anche il Congress Joint Economic Committee, la commissione economica del Congresso, aveva rilevato le “inspiegabili differenze di retribuzione” tra uomini e donne.

L’accordo americano è stato di fatto un passaggio storico. Accordi su parità retributiva sono stati raggiunti anche in Spagna. In Inghilterra da due anni la federazione ha varato una riforma che impone ai club di Premier League di sottoscrivere accordi da professioniste con le calciatrici, garantendo così una tutela salariale e contributiva.

Il caso italiano è differente. Se da poche settimane per le donne si è giunti finalmente alla firma di un accordo collettivo che proietta il calcio femminile nel professionismo, con il riconoscimento della parità retributiva e anche di diritti elementari (pensione, malattia, gravidanza) che non erano garantiti, resta il divario concettuale, oltre che nei fatti, tra i due sessi.

In ambito federale ci sono solo un paio di presidenti donna tra le federazioni sportive nazionali (squash e danza sportiva). Poi solo uomini nelle restanti 40 e passa. Una situazione imbarazzante.

Il golf, ma anche il basket americano: il divario salariale in questi ambiti è ancora assai marcato. Un’indagine pubblicata ad aprile dal New York Weekly quantifica il gap tra golfisti e golfiste, comprese alcune stelle planetarie del green, Danielle King e Celine Boutier: allo Us Open del 2021 il premio per il vincitore è stato di 2,5 milioni di dollari, appena un milione per la vincitrice.

Il margine è ancora più elevato per esempio nel confronto tra la Nba e la Wnba: il salario medio di un cestista del torneo di pallacanestro più famoso al mondo è di 5,4 milioni di dollari. Sono invece 120 mila dollari in media gli stipendi per le cestiste. Il più pagato, Steph Curry, fresco campione con i Golden State Warriors, incassa oltre 45 milioni di dollari annui mentre Sue Bird, la stella della Wnba – che ha pure annunciato il ritiro – arriva al massimo salariale, 221 mila dollari. Certo, a differenza del soccer al femminile che produce incassi come e più di quello maschile, la Wnba genera un giro d’affari nettamente inferiore alla Nba.

 

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