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Calciomercato, tempo di rivoluzione

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E’ il mercato della rivoluzione. Almeno per le consolidate abitudini italiane. Si parte domani con la sessione estiva del calciomercato. Dal limite ai prestiti al nuovo regolamento dell’Uefa sulla sostenibilità finanziaria al famoso indice di liquidità: sono ridefinite alcune delle regole di ingaggio che hanno parecchio inciso almeno nell’ultimo decennio alla creazione di quella bolla che ha prodotto ingaggi stellari per gli atleti, commissioni d’oro per gli agenti e spaventosi deficit di bilancio per le società.

Il Tribunale Federale Nazionale che ad aprile ha respinto la richiesta di condanna della Procura della Figc per gli 11 club sotto accusa per plusvalenze – ovvero la differenza tra il prezzo di vendita di un calciatore e il suo costo d’acquisto, al netto del valore già ammortizzato – fittizie rimanda il discorso sul ricorso alle valutazioni gonfiate dei calciatori per mettere in ordine i bilanci.

E, in attesa di una normativa per un fenomeno tutto italiano, questa finestra di mercato segna un nuovo inizio per i club di A che per esempio non potranno affidarsi, seppur in un periodo finanziario ancora non entusiasmante, alla liturgia del prestito sfrenato. Gratuito, oneroso, non si può più come prima: il Consiglio della Fifa nel 2019, con deroga poi a causa della pandemia, ha imposto un tetto ai prestiti, fino a otto per il 2022, poi sette nel 2023 e sei entro la fine del 2024.

Inoltre è stata stabilita una durata minima del prestito, rappresentata dall’intervallo tra due periodi di registrazione dell’operazione e anche una massima, ovvero un anno. C’è anche il divieto
di sub-prestito di un professionista a un terzo club e pure una limitazione al numero di prestiti per stagione tra gli stessi club, massimo tre.

Insomma, le norme sul prestito della Fifa sembrano tagliate per il calcio italiano, che negli anni è ricorso a una serie di strumenti per ovviare alle difficoltà economiche e mettere in piedi squadre di valore. Ma l’utilizzo del prestito è servito anche a creare rapporti stretti tra alcune società.

L’AUT AUT DELL’UEFA: SI SPENDE MENO DI QUANTO SI INCASSA

Non si tratta in ogni caso dell’unica novità introdotta nel calciomercato che va a iniziare. C’è pure il discusso Fair Play Finanziario che finisce in tribuna, con le nuove norme sulla sostenibilità che inducono i club a spendere sul mercato al massimo il 70% delle loro entrate. Un tetto calcolato sul totale degli stipendi per calciatori, commissioni agli agenti e trasferimenti. Ci saranno inoltre tre anni per mettersi in regola, a partire proprio da domani e inizialmente la percentuale sulle entrate è fissata al 90%, con la possibilità di poter sforare fino a dieci milioni di dollari.

Dopo le punizioni che negli anni scorsi hanno letteralmente fatto il solletico – tra multe da decine di milioni di dollari e limitazioni in qualche sessione di mercato – a colossi come Psg e Manchester City, la grande innovazione dell’Uefa è centrata sulla norma che regolarizza i costi di gestione delle squadre per un migliore controllo delle spese in relazione agli stipendi dei calciatori e ai costi per i trasferimenti. Certo, si è lontani dall’applicazione, più volte invocata, del salary cap delle leghe americane, con un tetto massimo agli stipendi di un club, nel nuovo regolamento dell’Uefa non c’è limite per i salari di allenatori e atleti. Ci sarà il limite del 70% dei ricavi, appunto, con la soglia a salire negli anni successivi.

L’Uefa ha stabilito una serie di sanzioni prestabilite, tra cui multe progressive in relazione sia alle violazioni che alla recidività, sanzioni sportive (divieto di schierare dei giocatori, esclusioni dai tornei, retrocessione da una coppa a un’altra) e sanzioni economiche. Oltre all’applicazione dei nuovi dogmi dell’Uefa per evitare altri disastri economici, c’è un altro problema che dovrà essere affrontato dal calcio europeo visto il trend, della patrimonializzazione dei calciatori: Lukaku acquistato dal Chelsea per 115 milioni di euro e che torna indietro all’Inter in prestito
per una manciata di milioni di euro con qualche bonus, poi Paul Pogba, dalla Juventus al Manchester United – che lo aveva lanciato nel calcio che conta – per oltre 80 milioni di euro e ora di ritorno a Torino a costo zero. I calciatori, con gli agenti alle spalle, ormai muovono le fila del gioco, per le società serve un passo in avanti per tutelare i loro investimenti.

IL FATTORE INDICE DI LIQUIDITA’

E’ il rapporto tra attività e passività di un club. Ed è stato al centro di una lunga discussione tra i club di Serie A e la Figc. Per sbloccare l’indice si procede con l’aumento del capitale sociale, oppure con la cessione di qualche calciatore. Fino a qualche tempo fa l’indice di liquidità serviva
solo a limitare il mercato delle squadre con maggiori capacità di spesa. Ora solo chi rientra nei suoi parametri può iscriversi al campionato. Di recente c’è stato un cambiamento molto importante nelle regole sulla stabilità finanziaria dei club italiani, abbassando l’indice di liquidità e allentando i vincoli sul debito. La Figc ha infatti deciso di abbassare a 0.6 – ovvero che il patrimonio del club deve coprire almeno il 60% delle spese – l’indice minimo di liquidità per i club anziché l’attuale 0.8 utilizzato nella stagione precedente. E’ sicuramente un fattore sul mercato. Il mancato raggiungimento di quell’indice di liquidità aveva impedito a squadre come Lazio e Sampdoria di portare nuovi giocatori durante l’estate fino a quando qualcuno non fosse stato ceduto o i patroni non avessero iniettato nuovi capitali.

Ogni estate i club italiani falliscono e sono costretti a ricominciare perché non sono in grado di dimostrare la propria stabilità finanziaria. Ora è possibile ridurre il gap negativo con un saldo positivo durante la campagna trasferimenti. Il contenimento dei costi della manodopera
nei limiti del 60% dei ricavi sarà un vantaggio sul mercato, così come un buon rapporto tra fatturato e debito che scoraggerà l’indebitamento insostenibile. Libertà d’azione e nessun vincolo finanziario, potrebbe essere la chiave vincente per una buona campagna acquisti.

GLI SVINCOLATI VIP

Limiti alla spese, indice di liquidità e lo stop al ricorso esasperato ai prestiti incide su un mercato come quello italiano che da tempo non è al vertice del calcio europeo. Non c’è il giro d’affari della Premier League con il Manchester City che si permette il norvegese Haaland per 75 milioni di
euro e 30 milioni annui di ingaggio, la stessa cifra che il Liverpool ha speso per la punta del Benfica, Nunez. Anzi, in A ci sono una serie di svincolati ancora senza accordo che fino a un paio di anni fa avrebbero avuto la fila alla porta da mesi. Mertens, Dybala, Belotti, ingaggi alti, accordi non trovati con gli ormai ex club, discussioni aperte ma senza certezze di contratti scintillanti a breve.

Ci sono altri casi a cinque stelle come Cavani, oltre 300 gol tra Napoli, Psg e Manchester United, ancora svincolato, mentre l’ex attaccante del Barcellona Luis Suarez ha scelto il River Plate, senza aver riscosso troppe attenzioni in Europa. E nell’elenco vanno aggiunti Tolisso (ex Bayern Monaco) a Lingard (ex Manchester United), poi l’ala francese Dembelè, in uscita dal Barcellona che tre anni fa lo pagò 108 milioni di euro, dopo la cessione di Neymar al Psg. Insomma, ora si bada prima alle finanze, poi ai colpi a effetto. Ha fatto eccezione il caso Mbappè, unico nel genere, tra miliardi a cascata, l’intervento della politica e la lotta di potere tra il Real Madrid e il Paris Saint Germain.

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