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Crisi di Governo, Capone (Ugl): A rischio la tenuta sociale del Paese

Paolo Capone
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La fine del Governo Draghi? Nessuno capisce le ragioni di questa crisi. La conclusione della legislatura e l’indizione di nuove elezioni? “Guardi, se dovessimo fare le elezioni a ottobre qualcuno si dovrebbe occupare di fare una finanziaria prima ancora di organizzare un governo. Credo che il senso di responsabilità debba prevalere, non perchè questo assetto di governo possa rispondere a tutte quelle che sono le nuove sfide, soprattutto la guerra in Ucraina e il Pnrr da rimodulare”. Paolo Capone, segretario generale dell’Ugl (Unione Generale del Lavoro), sindacato che certifica al ministero del Lavoro l’iscrizione di 1,8 milioni di lavoratori, entra nel dibattito politico con l’arma del buonsenso, evitando partito preso e ideologizzazione della crisi che può mandare gambe all’aria l’Italia.

Anche perché tutto si tiene in questa difficile congiuntura internazionale. C’è una guerra nel cuore dell’Europa. Ci sono difficoltà enormi in cui si dibatte l’industria manifatturiera italiana a causa della crisi energetica. C’è il dramma della siccità indotta dai cambiamenti climatici. E poi la pandemia sanitaria da Covid-19 che ancora morde e che ha innescato la pandemia sociale che nei prossimi mesi colpirà duro larghi strati della nostra società. Come se non bastasse questo quadro a tinte fosche, c’è anche la perdita di rappresentatività delle istituzioni democratiche in Italia.

Allora, segretario Capone, se l’aspettava quest’esito così traumatico di una crisi politica che sembrava facilmente superabile? La politica italiana ha archiviato pure Mario Draghi.

Alla crisi economica e sociale che sta attraversando il Paese si è aggiunta una nuova crisi politica che rappresenta la fotografia di una legislatura caratterizzata da una forte instabilità e divisione. Un tratto che ha accomunato le maggioranze di diverso colore politico che di volta in volta si sono susseguite con programmi difficilmente amalgamabili.

A questo punto, non resta che affidarsi al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, auspicando che venga individuata quanto prima una finestra utile per tornare alle urne, ridare la parola agli elettori e favorire la formazione di un governo solido, in grado di affrontare le sfide drammatiche che ha davanti il Paese in una prospettiva di medio e lungo periodo. Nel frattempo, come Ugl, ribadiamo l’appello alla responsabilità e chiediamo l’adozione di misure urgenti per fronteggiare l’emergenza e difendere il potere d’acquisto dei lavoratori dalla minaccia dell’inflazione. In tal senso, riteniamo che anche un governo in carica per gli affari correnti debba essere messo in condizione di attuare provvedimenti di cruciale importanza per la tenuta sociale del Paese.

Che cosa dobbiamo aspettarci nei mesi a venire per chi un lavoro ce l’ha ma la retribuzione non basta a vivere una vita dignitosa? E che cosa si può fare per chi un lavoro non ce l’ha più?

Il quadro che abbiamo di fronte è particolarmente drammatico e secondo molti osservatori è destinato a peggiorare. Le conseguenze economiche della pandemia e del conflitto in Ucraina rischiano di aggravare le diseguaglianze mettendo in pericolo la tenuta sociale. Basti pensare che dal 2005 al 2021 la povertà assoluta è più che raddoppiata. Urgono interventi al fine di ridurre il costo del lavoro mediante un taglio consistente del cuneo fiscale così da rendere immediatamente disponibili maggiori risorse in busta paga per difendere il potere d’acquisto dei lavoratori e incentivare nuove assunzioni, scongiurando il pericolo di una nuova ondata di licenziamenti nei mesi successivi alla pausa estiva.

L’ultimo tentativo di mettere mano al mercato del lavoro in Italia fu quello portato a termine dal Governo Renzi nel 2016, quando fu approvato quel complesso di norme note come jobs act. Che cosa è rimasto di quelle norme dopo gli interventi della Corte di Cassazione e della Corte Costituzionale che hanno praticamente destrutturato la riforma?

Le modifiche operate in sede giurisdizionale hanno contribuito a depotenziare tale riforma evidenziando vulnus e lacune a cui il legislatore non ha saputo far fronte. Il Jobs Act verrà ricordato come un provvedimento che ha danneggiato i lavoratori, favorendo il precariato e abbassando notevolmente le soglie di tutela.

Lei non è mai stato tenero con il Jobs Act. Anzi, ha sempre detto che quella riforma ha tradito soprattutto i giovani che si vantava di voler tutelare o comunque favorire per un primo ingresso nel modo del lavoro. È ancora dell’idea che si debba cassare l’intero impianto normativo del Jobs Act o a distanza di 6 anni dalla approvazione crede che si possa cambiare, migliorare per frenare il dramma della disoccupazione giovanile che continua a crescere, soprattutto al Sud?

Il Jobs Act non ha portato a nulla di buono, la riforma di Renzi non ha diminuito la precarietà e i licenziamenti, bensì ha aumentato i contratti a termine e stagionali. Per frenare il dramma della disoccupazione giovanile è doveroso attuare una vera politica industriale e investire sul potenziamento delle infrastrutture. La riforma del mercato del lavoro passa attraverso il cambio di paradigma delle relazioni industriali basate sul conflitto di classe di stampo marxista per arrivare ad un patto tra capitale e lavoro ed avviare finalmente la stagione della partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese come, peraltro, prevede l’art. 46 della costituzione italiana. Questo, insieme a una chiara politica industriale, a interventi infrastrutturali e investimenti in innovazione, potrebbe creare un nuovo clima di collaborazione che favorirebbe la competitività del nostro sistema produttivo e quindi anche più opportunità di lavoro per i giovani del nostro Paese.

Al netto della difficile situazione politica in cui versa il Paese, ogni Governo che nasce, quale che sia il colore politico della maggioranza che lo compone, pone sempre tra i suoi principali obiettivi il lavoro, il Sud e i giovani. Che cosa è mancato in questi anni di continuo declino industriale e produttivo del nostro Paese per invertire la rotta? Tutta colpa della politica? O c’è dell’altro per spiegare i fallimenti di questi obiettivi, la mancata realizzazione di queste eterne promesse?

Il biennio di crisi e di emergenza continua dovuta alla pandemia e alla guerra ha accentuato la precarietà del mercato del lavoro. In tal senso occorrono provvedimenti di natura straordinaria. Per invertire la rotta è necessario abbandonare le politiche assistenziali e i sussidi a pioggia, investendo nelle politiche attive del lavoro, al fine di incentivare la creazione di nuovi posti di lavoro, a partire dal Mezzogiorno e dai giovani.

Lei considera fallimentari anche il Reddito di cittadinanza, il tentativo di riforma dei Centri per l’Impiego e la pioggia di bonus elargiti in costanza di pandemia?

Il Reddito di cittadinanza, allo stato attuale, non solo non ha abolito la povertà, ma si è rivelato uno strumento di incentivo al lavoro nero. Il Governo deve rilanciare l’occupazione invertendo rotta rispetto alle politiche dei bonus e dei sussidi a pioggia, misure di carattere assistenziale senza alcun investimento nel capitale umano e sociale. È necessario, pertanto, investire su politiche attive del lavoro volte a favorire le assunzioni, specialmente nelle aree del Mezzogiorno.

Segretario, c’è una massa enorme di denaro che l’Europa erogherà all’Italia nei prossimi anni attraverso il Pnrr per consentirci di uscire dalla pandemia sanitaria senza entrare nella pandemia sociale. C’è, a suo modo di vedere, una classe politica capace di cambiare il destino del Paese usando questa crisi sistemica profonda come occasione di modernizzazione dell’Italia?

Il calcolo elettorale e le forti divisioni politiche frenano le riforme necessarie a garantire una effettiva ripresa del Paese. Alle forze politiche chiediamo responsabilità alla luce del momento drammatico che stanno vivendo gli italiani. Inoltre, auspichiamo la convocazione di un tavolo per rivedere il Pnrr considerato l’impatto economico del conflitto russo-ucraino e il conseguente aumento dell’inflazione.

Quanta parte degli investimenti che l’Italia farà col Pnrr finirà nelle tasche dei lavoratori?

I fondi stanziati dal Pnrr rappresentano un’opportunità unica che non possiamo perdere. In particolare, sono oltre 19 i miliardi stanziati a favore delle politiche per il lavoro. Risorse senza precedenti che è fondamentale impiegare per riattivare il mercato del lavoro. È prioritario pertanto investire nella formazione dei lavoratori, nella semplificazione burocratica e nello sviluppo infrastrutturale del Paese, presupposto indispensabile per rilanciare l’occupazione.

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