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Maurizia Cacciatori: sport, vittorie, e il valore del tempo

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Lo sport è donna, e ci sono grandi figure femminili che hanno carriere costellate di successi, come di Maurizia Cacciatori, che inizia giovanissima nella squadra della sua città natale, la Pallavolo Carrarese, che subito la porta in Serie A2. Già a 16 anni è la volta della Serie A1, era il 1990 e la squadra Pallavolo Sirio Perugia, con cui vincerà la Coppa Italia 1991-92. Maurizia vince tutto, dalla Supercoppa italiana, alla Coppa dei Campioni e anche uno scudetto. Nel campionato 2003-04 si trasferisce alla squadra spagnola del Club Voleibol Tenerife, con cui vince il campionato, la Coppa della Regina e l’European Champions League. Negli anni tornerà in Italia ma poi chiuderà la carriera in Spagna, dove ricoprirà anche il ruolo di Direttore Sportivo, portando la squadra alla finale scudetto. Maurizia la capitana, vanta 228 presenze nella Nazionale italiana di pallavolo femminile, in cui fece il suo esordio il 27 novembre 1991 ad Apeldoorn (Paesi Bassi) nella partita contro la Russia. E con le azzurre ha vinto un oro ai Giochi del Mediterraneo (2001), un bronzo agli Europei del 1999 in Italia e un argento a quelli del 2001 in Bulgaria. Nel suo curriculum spicca anche la partecipazione alle Olimpiadi di Sydney 2000, prima qualificazione in assoluto per la nazionale femminile di pallavolo. Abbiamo raggiunto la Cacciatori telefonicamente, per inquadrare insieme a lei i cambiamenti avvenuti nello sport, negli anni.

Com’è cambiato il ruolo delle donne nel business dello sport?
Le donne hanno preso grande consapevolezze dei loro mezzi e delle loro capacità, potenzialità, e hanno voglia di farsi sentire, vedo un grande cambiamento, una grande voglia di mettersi in gioco che è emersa negli ultimi anni.Le donne nello sport hanno portato straordinari successi, e vogliono essere riconosciute per i sacrifici ed il percorso compiuto.

La norma italiana considera le pallavoliste tesserate per una società di serie A1 come “atlete dilettanti”, ma qualcosa ora sta cambiando.
La pallavolo è sempre stata poco tutelata, non siamo stati considerati professionisti per troppi anni, ora c’è voglia di regolarizzare tutto, dare attenzione e valorizzare qualsiasi sport come una professione. E’ un grande passo avanti che già da tempo si chiede, era una necessità sentita ma non ascoltata. Se n’è parlato tanto, e per tanti anni abbiamo chiesto che lo sport fosse considerato un mestiere, è giusto che ogni atleta venga tutelato come professionista. C’è ancora tanto da fare, ma per fortuna molto è stato già fatto.

La pallavolo incarnava il sogno di molte di noi, bambine degli anni 70/80, ispirate da Mimì Ayuara. Lei quante volte si è sentita “fonte di ispirazione” per le ragazze?
Noi siamo tutte figlie di Mimì e dei suoi allenamenti, delle sue vittorie e delle sue sconfitte, l’abbiamo amata tutte e ha portato molte giocatrici in palestra. Io non mi perdevo una puntata e sognavo con lei, ha dato tanto alla pallavolo. E quando giocavo mi rendevo conto che anche io ero fonte di ispirazione per le giovani atlete. Vivevo due partite, la prima in campo e la seconda dopo il match, quando parlavo con le ragazze. La sentivo come una mia responsabilità. Se sei una campionessa le ragazzine ti vedono come un mito, è tuo dovere far capire loro che possono sognare, entrare in campo con i campioni.

La sua è una vita di successi, qual è il più importante?
Devo essere sincera, i successi sono stati tantissimi, ma io do più valore al percorso fatto con le mie compagne di squadra, sono loro che mi mancano, non le partite, ma il ritiro, i momenti di difficoltà, è il percorso verso ogni vittoria, o sconfitta, che mi è sempre piaciuto molto.
Se devo pensare all’evento che resta per me straordinario, è stata la prima Olimpiade per la Nazionale Italiana, a Sidney, un grande momento per il nostro volley ed io ero la capitana, una responsabilità più grande di quanto immaginassi, un momento talmente bello, di condivisione, realizzazione, appartenenza, un’emozione strepitosa.

Quanto contano i valori dello sport oggi?
Moltissimo. Io mi reputo fortunata non solo per le coppe che ho vinto, ma per i valori che ho coltivato. Quando giochi non ci pensi, vuoi solo giocare bene, è poi dopo che ti rendi conto di aver coltivato resilienza, cambiamento, di aver acquisito la capacità di mettersi in gioco, l’empatia, l’inclusione, la diversity. Lo sport è soprattutto inclusione, perché i valori dello sport hanno una marcia in più, rispetto a tutto.

C’è un insegnamento particolare che ha ricevuto dalla sua carriera?
Ho imparato il ‘valore del tempo’, ho acquisito la consapevolezza che ogni tempo finisce, che ci sono dei cicli che bisogna saper aprire e chiudere, e questo vale anche per un atleta che ha successo come me. Io ho smesso presto di giocare, a trenta anni, il tempo non andava a mio favore, ho smesso per reinventarmi, per avere il tempo per costruire la mia famiglia. Nella pallavolo il tempo è così veloce che non hai il modo di poterlo assaporare. Imparare a dare valore al tempo è straordinario.

 

 

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