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Il dubbio è lecito, a sei mesi esatti dall’inizio della guerra. Le sanzioni contro la Russia, sortiscono gli effetti sperati? La risposta potrebbe essere: no. E c’entra anche il prezzo del petrolio. 

Più che arrestare l’invasione dell’Ucraina, i provvedimenti contro il Cremlino continuano a nuocere soprattutto alle economie occidentali.  Nel frattempo imprese e famiglie si ritrovano con rincari dell’energia senza precedenti mentre le entrate russe restano a galla per via dei prezzi elevati di gas e petrolio. Eppure, c’è un grande “ma”. Il prezzo di questi due beni sta scendendo. Ma allora perché la notizia non è esattamente positiva?

Il Wti è scambiato a 93,60 dollari al barile, in ribasso dello 0,15%. Il Brent passa di mano a 99,93 dollari e arretra dello 0,29%. Sono i dati del Wall Street Journal.

Sebbene i rialzi di benzina e di energia siano tra le cause principali dell’inflazione, il calo prezzo del petrolio e del gas potrebbe incidere sulla gestione di quanto fatto fin’ora per punire la Russia, e si porta dietro – come analizza Reuters – una motivazione piuttosto allarmante: il prevedibile avvio dell’economia globale verso una recessione. 

Certo, il prezzo del petrolio resta alto. Più precisamente, le restrizioni introdotte all’inizio della pandemia ne avevano ridotto la mobilità e quindi la domanda. I prezzi del greggio erano andati talmente al ribasso che il 20 aprile 2020 la quotazione del West Texas Intermediate diventò negativa. Quelli di adesso quindi sono livelli che non vedevamo da almeno due anni.

Ma la graduale discesa porta a ipotizzare scenari poco prosperi. E spaventa.

Da inizio giugno le quotazioni si sono ridotte parecchio e per varie ragioni. Innanzitutto c’è la possibilità che l’Iran (che possiede il 16% delle riserve mondiali di gas e il 9% di quelle di petrolio) torni a vendere all’Occidente e ai suoi alleati il proprio greggio. Possibilità, appunto. Perché per farlo il governo iraniano dovrebbe riuscire a rinegoziare l’accordo sul nucleare del 2015 con gli Stati Uniti e con diversi Paesi europei. Un accordo, cancellato da Donald Trump ma comunque mantenuto dall’Iran, che limitava la capacità per la vecchia Persia di sviluppare tecnologia per la creazione di un’arma nucleare in cambio della rimozione di alcune sanzioni internazionali.

I più grandi timori riguardano però soprattutto una vera e propria recessione globale, di cui il ribasso del petrolio sarebbe una spia.

Il Fondo monetario internazionale ha ridotto le stime di crescita per il 2022: nelle previsioni di aprile il Pil mondiale era visto in crescita del 3,2%, ora solo del 2,9%. E questo riflette lo stallo delle tre maggiori economie mondiali: Stati Uniti, Cina e area euro.

Per gli Stati Uniti le aspettative di crescita del Pil per il periodo gennaio-marzo sono scese al 3%, dal 3,9%; la Cina sta attraversando una crisi finanziaria senza precedenti con le banche sull’orlo del collasso. È chiaro che ciò non potrà non comportare conseguenze sul piano globale.

Su questa situazione sfavorevole incide anche Covid-19, che continua a rappresentare una minaccia. In particolare in Cina i lunghi e duri lockdown imposti dal governo hanno schiacciato pesantemente l’economia, e il gigante asiatico è il più importante importatore di petrolio al mondo. Soltanto pensare che possa ridurre la sua domanda di energia fa scendere le quotazioni.

E in Europa?

Al meeting di Rimini è stato chiesto al leader di Forza Italia Antonio Tajani se crede che le sanzioni alla Russia vadano tolte. “No, per il momento.” E’ stata la risposta. “Non fino a quando non si arriverà a una conclusione della guerra. Bisogna far capire che da parte della comunità internazionale c’è una reazione ed è forte”. L’argomento divide il centro-destra. Perché Matteo Salvini, ad esempio, è convinto che le sanzioni – in generale – siano una misura necessaria. Ma che in questo caso il sanzionato ci guadagni.

Sul fronte europeo le preoccupazioni sono parecchie e tutte fondate. Al primo posto c’è la possibilità che la guerra in Ucraina vada avanti ancora per molto tempo e che porti a un improvviso blocco dei flussi di gas dalla Russia all’Europa. I Paesi dell’Unione europea si sono impegnati a ridurre i consumi di gas naturale del 15%, ma non esiste ancora un accordo comune su come operare. È probabile che ogni paese adotterà soluzioni autonome.

Le imprese temono un eventuale blocco forzato dei loro impianti. Confindustria ha fatto avere al governo un piano dettagliato di possibili razionamenti tra le industrie nel caso in cui non arrivasse più gas dalla Russia.

Ci sono poi i timori sull’inflazione, che potrebbe restare alta a lungo. Le imprese e le famiglie devono fare i conti con rincari elevati  e i governi di molti Paesi stanno cercando di dare aiuti anche per calmierare i prezzi di beni come i generi alimentari o la benzina.

Le banche centrali, intanto, come confermato sia dalla Federal Reserve americana che dalla Banca Centrale Europea, dopo anni stanno aumentando gradualmente i tassi di interesse. È una risposta tradizionale all’inflazione, e l’obiettivo di questa misura è far sì che i prezzi scendano, ma facendo rallentare l’economia dichiaratamente.

Dunque il nuovo costo della benzina, che in Italia da inizio giugno è calato di oltre 24 centesimi al litro, con un ribasso di quasi il 12%, non è l’effetto della riduzione delle accise e dell’Iva sui carburanti pari a 30,5 centesimi voluta dal governo. I risultati di quanto sta accadendo potrebbero essere sotto gli occhi di tutti a breve.

I Paesi europei, oltre ad essere costretti nel breve periodo a cercare altri fornitori di petrolio, dovrebbero attivare una seria riflessione politica, scientifica ed economica relativa alle fonti da utilizzare in sostituzione dell’oro nero. Anche in relazione alle interferenze di ogni azione su aziende, lavoratori, economia e ambiente.

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