Contante, l’esperto di diritto tributario Melis: non favorisce l’evasione, stimola l’economia

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Tetto al contante ed evasione fiscale sono collegate, si o no? Dal 2002 il limite ai pagamenti cash è stato modificato già nove volte, e non sempre al ribasso. Oggi è fissato a 2000 euro, sarebbe dovuto scendere a 1000 dal gennaio 2023. Ma la neo presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha annunciato un nuovo ritocco che innalzerà il tetto forse fino a 10.000 euro, per certo a 5.000 e già a valere dalla prossima manovra finanziaria.

L’Italia è oggi tra i paesi che utilizzano maggiormente le carte di credito per acquisti di alto valore, pari al 63% (fonte Minsait Payments). In cosa cambierebbero le abitudini degli italiani se passasse la misura annunciata dal Governo? Ne abbiamo parlato con Giuseppe Melis, Professore Ordinario di Diritto tributario alla LUISS Guido Carli.  Che ha subito chiarito “dipende se uno i contanti ce li ha, questo è il tema. Queste disposizioni servono per rimettere i contanti in circolazione. Chi non dispone di somme continuerà a fare come prima, a fare acquisti con le carte di credito”. Secondo Melis, infatti, la misura annunciata dal Governo ha la funzione di portare effetti benefici all’economia. “Queste misure servono a rimettere i contanti in circolazione, ci sono delle riserve di contanti che, ad oggi, non possono essere spese e con la misura annunciata potranno invece rientrare nell’economia in modo più elastico, stimolando i consumi”.

Giuseppe Melis. Professore Ordinario di Diritto tributario alla LUISS Guido Carli

Si tratterebbe quindi di somme che sono già fuori dal circuito bancario “perché anche se ritiro dai conti correnti, sempre una traccia c’è, qui parliamo del contante in circolazione” chiarisce Melis “che verrebbe  rimesso nell’economia. Più alzo il tetto del pagamento in contante e più favorisco questo processo”. C’è poi un altro aspetto da considerare, secondo il professore “il fatto che ogni movimento, ogni acquisto, debba necessariamente transitare dalla carta di credito, significa che si vanno a tracciare i comportamenti, e questo non sempre viene percepito in maniera positiva”.

C’è una forte resistenza psicologica al fatto che ogni proprio comportamento debba essere tracciato, e questo non c’entra con l’evasione fiscale, secondo Melis “oggi le indagini finanziarie non sono solo la controprova di un accertamento che è in corso, non si fanno accertamenti perché si hanno sospetti, è il dato bancario che funziona come impulso per i controlli”. Quando gli abbiamo chiesto se c’è un nesso chiaro fra l’evasione fiscale e la possibilità di pagare in contanti acquisti fino a 10.000 euro, Melis ha chiarito “secondo me no, e le faccio un esempio: se ci chiedono cinquemila euro per una prestazione professionale, per rifare il bagno per dire, di sicuro non risponderemo: no, mi spiace, il tetto dei pagamenti in contanti è di mille euro”. In sintesi, si paga in contanti la somma, se quelli erano gli accordi, oppure ci si fa fare fattura se era previsto che così fosse fin dall’inizio. “No, il nero resta nero”.

L’analisi di Melis è chiara ovvero “il limite ai pagamenti in contanti è una forma di deterrenza al reimpiego del contante che già circolava in nero. Questa è proprio la logica base. Se accumulo contante da evasione, il ‘tetto’ lo rende poco utilizzabile”. Nell’economia integrata, secondo il professore, queste cose vanno valutate.

C’è però anche un tema legato all’Iva: nel 2013 l’evasione Iva ammontava a 47,5 miliardi di euro su 141,5, un terzo del totale. Per contrastare il fenomeno, si studiarono perciò misure che limitassero l’uso del contante, da sostituire con strumenti tracciabili. Melis punta qui l’attenzione sulla fattura elettronica “uno strumento formidabile nelle comunicazioni telematiche. Se c’è un obbligo relativo alle comunicazioni telematiche delle fatture, ed io amministrazione sono in grado di intercettare le eventuali anomalie, quello è uno mezzo che funziona per contrastare l’evasione dell’Iva”. Per Melis, quindi, l’innalzamento del tetto al contante può dare nuova linfa all’economia.

Se pensiamo al fatto, però, che il precedente Governo aveva spinto all’utilizzo della carta di credito con strumenti quali “la lotteria degli scontrini”, a cui gli acquirenti potevano accedere solo pagando con strumenti elettronici, ci sorge un dubbio.  Gli esercenti sono sempre stati contrari al pagamento di piccole somme con le carte di credito, per via delle commissioni sui pagamenti. “Sulle piccole somme resterà il tema.  Qui parliamo dell’obbligo di possedere il pos. Questo non è un problema di limite al contante, è un problema di costume, ci sono negozi che accettano solo carte, ad esempio, perché accettare pagamenti in contanti comporta anche dei rischi, di rapina, per esempio”.

Melis chiosa dicendo “chi i contanti chi ce li ha li usa, anche per le piccole cose. E non dobbiamo pensare solo al fenomeno dell’evasione. C’è chi non si fida delle banche, ed ha i classici ‘soldi sotto al materasso’, o quelli che hanno ritirato i soldi dalle banche durante la pandemia, chiudendo i contri correnti”. Melis ritiene che non vada collegato il concetto di contanti a quello di evasione, potrebbe non esserci un nesso diretto. Già nel 2016 si parlava di un fiume sommerso di contanti che circolava in Italia, le stime all’epoca lo conteggiavano a 150mlrd di euro “E come reimmettiamo queste somme nell’economia? Questo processo potrebbe aiutare la ripresa economica, la reimmissione del denaro nell’economia reale”.

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